Report del Tavolo Femminismi e migrazioni (Assemblea nazionale 4-5 febbraio 2017 a Bologna)

La discussione del tavolo è partita dall’assunzione di un netto rifiuto del regime dei confini e dell’urgenza di una complessiva critica del sistema dell’accoglienza e dell’accesso alla cittadinanza. Il sistema dell’accoglienza, legato a doppio filo al sistema delle espulsioni, è funzionale sia alla selezione delle persone e alla loro messa a valore produttiva, sia al controllo e alla gestione delle e dei migranti. Nella plenaria del mattino e nei gruppi di lavoro del pomeriggio sono state discusse alcune questioni centrali come il legame tra permesso di soggiorno e lavoro, il ricongiungimento familiare che lega le donne al permesso dei mariti, la divisione sessuale del lavoro, il diritto d’asilo per chi si sottrae alla violenza patriarcale ed economica. Nella discussione è stato sottolineato che il governo della mobilità ha una scala almeno europea e che la condizione specifica che vivono le migranti, in quanto migranti e in quanto donne, e le soggettività lgbtqi, attraversa tutte le tematiche politiche affrontate dai vari tavoli. Le donne intervenute, a partire dai loro diversi posizionamenti, hanno sottolineato la necessità di partire dalle differenze che caratterizzano le nostre condizioni, scegliendo tuttavia di lottare insieme contro le diverse oppressioni (patriarcali, razziste, classiste) che ognuna di noi sperimenta su di sé con modalità e intensità diverse. Con le loro lotte le migranti rifiutano di essere trattate come vittime e rivendicano il diritto di restare non solo quando in fuga dalle guerre o dalla miseria, ma tutte le volte che decidono di progettare il loro futuro altrove. Né accettano di doversi raccontare come vittime per ottenere diritti che gli spettano (asilo, permesso, ex art. 18, permesso per sfruttamento sul lavoro). Come è stato detto, esiste una “una guerra fredda della violenza” che intreccia patriarcato e confini contro cui le donne lottano nei paesi di origine e in quelli di arrivo. Molte delle donne che lavorano e lottano con le migranti hanno sostenuto la necessità di creare un ponte fisico tra le nostre lotte. Questo non può che avvenire attraverso la pratica femminista del “partire da sé”, dell’autodeterminazione e dal proprio posizionamento di genere, di classe, di migrante, di occidentale, assumendo  le contraddizioni materiali e lo squilibrio di potere tra chi è nativa europea, con tutti i privilegi che questo comporta, e chi è senza documenti e\o vive una continua razzializzazione. Partire da questo significa riuscire a intrecciare relazioni il più possibile orizzontali tra tutte, che tengano conto della complessità con cui la violenza sulle donne e i soggetti lgbtqi si manifesta. Prendere posizione secondo questo posizionamento significa sottrarsi e rifiutare i discorsi securitari e razzisti che strumentalizzano la violenza di genere e i corpi delle donne e dei soggetti lgbtqi ai fini del controllo sociale e una crescente militarizzazione dei territori. È necessario partire dal presupposto che con i loro movimenti e con le loro azioni di resistenza e di rifiuto della violenza del razzismo, le migranti mettono in questione l’ordine patriarcale ogni giorno, nei CIE, nei centri di accoglienza, nei luoghi di lavoro produttivo e riproduttivo. In tutti questi luoghi le migranti hanno portato avanti lotte radicali che hanno anticipato e ispirato le lotte di tutte. La discussione ha quindi messo in luce tanto la violenza del ricatto del permesso e dell’asilo quanto una linea di connessione tra le condizioni delle migranti e quelle di tutte: il fatto che a svolgere il lavoro domestico e di cura, pagato e non pagato, siano principalmente le donne e che questo, e altri lavori in cui sono costrette in quanto tali, sono fortemente precarizzati dal punto di vista dei contratti e dei benefici di welfare.  Il fatto che il welfare venga sempre più tagliato e negato produce gerarchie tra le donne e isolamento delle migranti costrette al lavoro di cura – che viene delegato da donne ad altre donne – mentre precarizza la vita di tutte. Anche a partire da qui è necessario uno sguardo critico alla cittadinanza che le femministe hanno messo, fin dal principio, in questione come concetto neutro e quindi oppressivo per le donne. Oggi questo approccio è ancor più urgente, di fronte al disciplinamento imposto alle migranti e alle precarie, ma per molte di noi la cittadinanza, l’asilo e il permesso restano strumenti per sottrarsi alla violenza e per creare le condizioni in cui è possibile lottare. In modo simile, la necessità di rifondare, a partire dall’autodeterminazione, alcuni rivendicazioni essenziali per le migranti e per tutte le donne e le soggettività lgbtqi  è stata messa in luce da molte: il diritto alla salute, i diritti di cittadinanza per le seconde generazioni, il diritto di restare senza essere gestite e controllate da padri o mariti, Il diritto di scelta rispetto alla maternità e alle modalità secondo cui essere genitrice, il diritto all’asilo per tutte le donne e i soggetti lgbtqi che si sottraggono a ogni forma di violenza patriarcale ed economica. Parlare di questi diritti significa rivendicare gli strumenti per combattere la cultura patriarcale e non essere costrette a subirla. In questo senso le migranti presenti hanno insistito sul fatto che il permesso svincolato dal lavoro, dallo studio e dalla famiglia è un pezzo della loro libertà di lottare in quanto donne. Sia nella discussione plenaria che in quella dei gruppi è stato infine affrontato il tema del sex-work e della prostituzione. La discussione ha evidenziato la necessità di assumere la complessità del fenomeno, in particolare della tratta a fini di sfruttamento sessuale favorita dalla chiusura dei confini, strumenti, questi ultimi, che impedendone la mobilità diventano complici dell’oppressione e dello sfruttamento profittatorio dei corpi. Nella consapevolezza della complessa e sfumata distinzione tra prostituzione volontaria, condizionata e sfruttata, la discussione ha convenuto sulla necessità di salvaguardare la libertà di scelta, il diritto alla salute e i diritti di accesso al welfare per chi si prostituisce, garantendo e favorendo parallelamente i percorsi di chi vuole fuoriuscire dallo sfruttamento.

Il lavoro dei gruppi nel pomeriggio di sabato ha approfondito molte delle tematiche emerse nella plenaria cercando di individuare raccomandazioni per il piano e rivendicazioni politiche per lo sciopero. Il sistema di accoglienza è stato criticato principalmente come forma di gestione e controllo sulle vite e sulle scelte delle migranti; per il suo ruolo differenziazione tra chi è degna di restare e chi va espulsa; per come attraverso la messa al lavoro “volontario e gratuito” schiavizzi le e i migranti sotto il ricatto dei documenti; per come dall’altro lato crei un enorme indotto e posti di lavoro per noi italiane – contraddizione su cui ci dobbiamo interrogare. Abbiamo condiviso l’esigenza di fare rete tra noi per spezzare questa dinamica di vittimizzazione e sostenere e portare solidarietà alle migranti che ogni giorno lottano contro deportazioni e reclusione. Come rivendicazione politica emersa per l’8 marzo è stato proposto il permesso di soggiorno europeo senza condizioni, senza limiti di tempo e slegato dalla famiglia, dalla residenza anagrafica (specialmente per le donne nelle occupazioni e nei centri), dal reddito e dal lavoro. Il permesso incondizionato e illimitato deve essere europeo perché europee sono le istituzioni, gli accordi e le leggi che, insieme a quelle italiane, stabiliscono il governo della mobilità la limitazione alla libertà di movimento delle migranti, la dipendenza dai mariti, la detenzione (accordi di cooperazione per il controllo delle frontiere e politiche di riammissione). Anche la discussione su permessi e divisione sessuale del lavoro ha portato alla formulazione di alcune raccomandazioni per il piano: il riconoscimento della legislazione internazionale del lavoro cura e domestico secondo la convenzione Oil 189; slegare il permesso dal lavoro, dallo studio e dalla famiglia; adottare una prospettiva femminista sulle condizioni di lavoro delle donne nelle fabbriche, nelle campagne, e in generale nel lavoro produttivo e riproduttivo; fornire alle migranti un’adeguata conoscenza dei loro diritti; adottare provvedimenti contro la discrezionalità delle questure e, nel contesto di una rivendicazione della cittadinanza per tutte, chiediamo che sia al più presto approvata la legge per la cittadinanza alle “seconde generazioni” e che essa venga estesa anche a chi vive e lavora in questo paese. Infine la discussione sull’asilo ha sottolineato la necessità di risignificare politicamente il diritto d’asilo in un’ottica femminista, nella consapevolezza della strumentalità politica della Convenzione di Ginevra e della disciplina sulla protezione internazionale nel costruire la violenza politica attorno a un modello patriarcale. In vista del piano si pongono come rivendicazioni: il riconoscimento delle donne e delle soggettività transgender quale «gruppo sociale» ai fini della protezione internazionale e dell’asilo; il riconoscimento delle forme di violenza dirette contro le donne – dalla tratta alle modificazioni genitali, dalla violenza domestica alla violenza sessuale, dalle violenze contro le soggettività lgbtqi alla violenza economica come violenza di genere; svincolare l’accesso alla protezione internazionale e umanitaria, alla protezione sociale ex. Art. 18 TU e alla protezione per sfruttamento lavorativo ex art.22 TU, dall’obbligo e/o dal ricatto della denuncia; la libertà di circolazione per i richiedenti asilo contro il sistema Dublino e per tutte le migranti e i migranti. La discussione sul tema asilo/tratta ha inoltre riconosciuto la necessità di imporre un’ottica di genere rispetto alla tratta: questo significa rivendicare il riconoscimento (anche nei bandi di gara e assegnazione delle strutture) delle pratiche di autodeterminazione e autonomia che implementano il protagonismo delle donne contro un atteggiamento assistenzialista e vittimistico, per far sì che le donne e le soggettività lgbtqi siano agenti dei propri percorsi anche all’interno delle strutture residenziali.

Nella discussione è infine emersa l’importanza di approfondire ulteriori temi, tra cui il razzismo istituzionale e l’antirazzismo, le migrazioni interne in Italia e in Europa, e il quadro generale delle politiche di repressione e carcerarie, che non c’è stato il tempo di affrontare.

Le proposte emerse dal tavolo per quanto riguarda le pratiche di sciopero e le azioni per e verso l’8 marzo consistono sia nello sforzo di coinvolgere lavoratrici migranti in tutti i settori e fare pressioni sui sindacati perché sostengano lo sciopero, sia in forme alternative di sciopero per tutte quelle migranti che per diverse ragioni non potranno scioperare effettivamente, ma cui si intende dare spazio e visibilità. Una migrante lavoratrice di un magazzino della grande distribuzione ha invitato il tavolo a scrivere insieme un testo da volantinare fuori dai luoghi di lavoro per coinvolgere altre lavoratrici migranti e non. Tra le altre azioni sia di avvicinamento allo sciopero, sia per la giornata dell’8 sono state proposte: segnalare e boicottare, anche attraverso presidi,  le compagnie aeree che deportano le migranti; individuare catene della grande distribuzioni per organizzare, in accordo con le lavoratrici migranti che non hanno la possibilità di scioperare, picchetti e proteste che blocchino i consumi; organizzare azioni contro le frontiere, declinabili in vario modo dagli striscioni in luoghi particolarmente visibili, ai presidi di fronte le Commissioni territoriali; inventare e promuovere campagne mediatiche contro la strumentalizzazione razzista; preparare volantini in più lingue da distribuire nei quartieri in cui le migranti vivono  e lavorano; preparare un kit per lo sciopero per dare indicazioni utili a chi vuole scioperare pur non avendo la copertura sindacale necessaria; azioni nei consultori o nelle anagrafi sanitarie che pongano  la questione del diritto alla salute e del reale accesso ai servizi sanitari di donne e soggetti lgbtqi migranti a prescindere dalla situazione dei loro documenti; la pratica di costruzione di Consultorie Queer autorganizzate sia come momento di scambio che come pratica di mutuo sostegno a partire dalle necessità materiali.

Rivendicazioni per l’8 marzo:

Libere di muoverci, libere di restare: contro ogni frontiera, permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli.

Rivendichiamo la libertà di muoverci e di progettare dove e come vogliamo il nostro futuro; l’abolizione del regime dei confini interni ed esterni, quelli del razzismo istituzionale quotidiano che alimenta la divisione patriarcale del lavoro e quelli che producono la violenza sulle donne attraverso i CIE e le deportazioni e i limiti alla libertà di circolazione. Rivendichiamo un permesso di soggiorno incondizionato, svincolato da lavoro, studio e famiglia; l’asilo per tutte le donne che si sottraggono alla violenza patriarcale ed economica sia nei paesi di origine che di transito; il libero accesso alla cittadinanza e ai diritti di welfare come condizioni della nostra libertà di lottare e della nostra autodeterminazione. Rivendichiamo lo ius soli e la cittadinanza immediata alle seconde generazioni e a chi vive e lavora in questo paese, perché non accettiamo confini tracciati sul nostro corpo. Sosteniamo le lotte delle migranti contro la gestione e il sistema securitario dell’accoglienza!

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