Report tavolo “Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia” (Bologna 4-5 febbraio)

 

Il tavolo Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia ha visto la partecipazione di circa 150 donne provenienti da tutta Italia, perlopiù attiviste e operatrici dei centri antiviolenza.

In continuità con il primo incontro tenutosi a Roma il 27 novembre (puoi trovarlo qui) e facendo riferimento ai contributi giunti in questi mesi dalle associazioni e dai collettivi si è proceduto ad elencare alcuni focus condivisi su cui concentrare il lavoro collettivo dei prossimi mesi e che dovrebbero costituire l’ossatura del Piano Femminista contro la violenza maschile sulle donne.

Attualmente si sono definiti circa 7 focus su cui ragionare, che possono aumentare o diminuire sulla scorta del proseguire degli incontri e degli approfondimenti di cui saremo tutte protagoniste.

I punti finora condivisi sono stati:

  • Definizione di cosa è un centro Antiviolenza: da chi è gestito e come, con quali cornici teoriche e con quali pratiche.
  • Codice Rosa
  • Riconoscimento del Ruolo delle operatrici, tra impegno politico e professionalità
  • Percorsi di fuoriuscita e autonomia: metodologia, pratiche e strumenti
  • Non solo CAV: case delle donne, spazi pubblici femministi e sostegno alle giovani/nuove esperienze
  • Questione economica: bandi, criteri di assegnazione e risorse. Dal Nazionale al locale
  • Istituzione di un Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne e di una banca dati del fenomeno.

Abbiamo deciso in questa due giorni di concentrarci su 3 di questi focus:

1. Come primo passaggio, fondamentale per la stesura del Piano Antiviolenza Femminista, è stata elaborata una definizione condivisa di Centro Antiviolenza:

È un luogo di elaborazione politica femminista il cui obiettivo principale è attivare processi di trasformazione culturale e intervenire sulle dinamiche strutturali da cui origina la violenza maschile e di genere sulle donne. In quest’ottica accoglie e sostiene i singoli percorsi di fuoriuscita dalla violenza, interviene sulla formazione e la prevenzione sensibilizzando il territorio e strutturando reti.

Il Centro antiviolenza è uno spazio autonomo di donne, autogestito da organizzazioni laiche di donne, di supporto e di potenziamento nei quale si rende visibile e si contrasta la disparità di genere promuovendo un ribaltamento dei rapporti di potere sul piano individuale delle relazioni intime e sul piano generale della soggettività delle donne.

Pertanto i centri antiviolenza non sono mai servizi assistenziali e non possono essere istituzionali.

Nei centri antiviolenza la metodologia adottata è quella della relazione tra donne come pratica centrale fondata sulla lettura della violenza di genere come fenomeno politico e sociale complessivo strutturale e non emergenziale.

I cardini principali sono: la presa di posizione di parte a fianco alla donna e il rispetto del suo protagonismo, il sostegno dei suoi desideri e delle scelte senza imporre tempi e percorsi, l’ascolto empatico e non giudicante, la condivisione dei progetti. Nei centri antiviolenza devono essere garantiti: la riservatezza, la segretezza, l’anonimato e la gratuità.

Ruolo cardine del centro antiviolenza è quello dell’operatrice di accoglienza antiviolenza, la cui professionalità non può prescindere dall’impegno politico all’interno del centro.

2. Vista l’unanimità nel ritenere il «Codice Rosa» uno strumento inadeguato e pericoloso per le donne, si è proceduto alla stesura di un breve comunicato di protesta:

Non una di meno esprime contrarietà al cosiddetto Codice Rosa nella sua applicazione istituzionale, e ne richiede la totale riorganizzazione al di fuori delle logiche securitarie che impongono percorsi obbligati, lesivi dell’autonomia e della libertà di scelta delle donne.  Per scongiurare la sanitarizzazione e l’istituzionalizzazione degli interventi a favore delle donne vittime di violenza, che la sottraggono all’analisi femminista come fenomeno strutturale, per ridurla a interventi di tipo repressivo, assistenziale e meramente emergenziale, pretendiamo che nell’elaborazione di qualsiasi iniziativa di contrasto alla violenza vengano coinvolti attivamente i centri antiviolenza.

3. Si è aperta la discussione, che proseguirà nel prossimo incontro, sul ruolo dell’operatrice antiviolenza e le pratiche di accoglienza.

Al centro del dibattito c’è il rischio che il sapere e le esperienze dei centri antiviolenza privati e laici vengano sminuiti, rimuovendo così la specificità dell’approccio femminista alla violenza di genere.

Secondo alcune posizioni l’istituzionalizzazione della figura dell’operatrice infatti avrebbe come conseguenza lo stravolgimento della metodologia adottata nei CAV e delle modalità di formazione, svolte solo ed esclusivamente dai e nei centri. Il riconoscimento della figura professionale dell’operatrice antiviolenza secondo queste posizioni deve essere subordinato alla ri-definizione dei centri antiviolenza così come è stata proposta da noi e quindi subordinato alla revisione di quanto previsto dall’intesa della Conferenza unificata Stato regioni.

Secondo altre posizioni invece la professionalizzazione del ruolo delle operatrici è uno strumento di rivendicazione della dimensione altamente professionale dei cav ispirati al know how femminista e del riconoscimento anche in termini economici di competenze specifiche, non assistenziali. Ciò tiene aperto il tema del riconoscimento di diritti anche delle operatrici (sul posto di lavoro). La discussione sul profilo professionale dell’operatrice rimane un punto importante da affrontare nel prossimo incontro. Il rischio, condiviso da tutte, è l’istituzionalizzazione di questa figura che perderebbe il suo connotato di attivista politicamente impegnata nel centro.

Gli altri focus precedentemente elencati verranno esaminati e dibattuti negli incontri successivi:

  1. Percorsi di fuoriuscita e di autonomia: progettualità, strategie, strumenti.
  • Pratiche concrete nella gestione dei centri, strumenti e metodologie
  • sostegno alla maternità/questione responsabilità genitoriale: affidi /nulla osta/ incontri protetti ecc
  • welfare
  • violenza nelle relazioni lesbiche
  • casa
  • disabilità
  • lavoro/formazione
  • intersezionalità

  1. Questione economica: bandi, criteri di assegnazione e risorse. Dal nazionale al locale.
  • Revisione dell’intesa Stato-Regioni; gestione nazionale dei bandi e ricadute regionali

  1. Case delle donne, spazi pubblici femministi e sostegno alle nuove esperienze.
  • Utilizzo degli spazi pubblici, luoghi di donne, reti tra collettivi femministi

  1. Istituzione di un osservatorio e una banca dati integrati.
  • mappatura aggiornata e condivisa

La discussione si è poi focalizzata sullo sciopero delle donne dell’8 marzo.

Dal confronto è emerso un accordo unanime nel considerare lo sciopero dell’8 in termini non sindacali e vertenziali ma profondamente politici. L’obiettivo comune è dunque quello di veicolare un forte messaggio rivendicativo e propositivo, in grado di restituire la potenza e la complessità dell’elaborazione che il percorso Non Una di Meno sta portando avanti. Uno sciopero che non prenda parola solo contro la violenza ma anche per l’autodeterminazione.

È emersa la volontà collettiva di riappropriazione di parola e spazi pubblici attraverso la realizzazione di iniziative territoriali che consentano di coinvolgere direttamente le donne. In quest’ottica sono state lanciate moltissime proposte ed è stata sottolineata la potenza della moltiplicazione di iniziative, eventi formativi e performativi che ogni rete cittadina sta costruendo come tappe di avvicinamento all’8 e per la giornata dell’8 stesso.

Allo stesso tempo si è però sottolineata l’importanza di mandare un messaggio unitario e coordinato che rendesse conto della natura collettiva del percorso Non Una Di Meno.

Ecco alcune tra le principali idee di sciopero da praticare in modo unitario:

  • Sciopero dai luoghi di lavoro e, qualora non si possa, sciopero online (lancio di una campagna coordinata)
  • sciopero dal lavoro di cura retribuito e non retribuito
  • sciopero dai consumi
  • sottrazione a tutti gli incontri ed eventi istituzionali
  • indossare abiti di colore nero e fucsia
  • proiettare immagini del corteo del 26novembre sui grandi palazzi delle varie città
  • flash mob e tweet storm in contemporanea in tutte le città

In merito alle specifiche pratiche per lo sciopero, la discussione, ampia e articolata, ha visto una pluralità di posizioni circa la chiusura o meno dei CAV nella giornata dell’8 marzo. Partendo dalla comune convinzione che i CAV non possano essere considerati semplici servizi neutri, alcuni hanno scelto di rimanere aperti durante lo sciopero proprio nell’intento di sottolineare il loro essere luoghi fortemente politici di donne per le donne. Altri CAV hanno invece scelto di chiudere convinti che, in quanto luoghi politici, la loro adesione allo sciopero debba prevedere pratiche rivendicative più comunicative: apriranno simbolicamente nelle piazze dichiarando che qualsiasi donna in difficoltà potrà in quella giornata trovare il sostegno di tutte le altre donne in lotta.

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