Banner corteo con matrioske

Questo banner per la stampa è stato caricato in piccole dimensioni per non pesare eccessivamente ma si può ingrandire a piacimento, dillo alla tua tipografia loro sapranno cosa fare! banner-corteo-matrioske

Annunci

Non Una Di Meno ha incontrato la Fiom-Cgil

Questa mattina martedì 28 febbraio presso la sede nazionale della Fiom-Cgil si è svolto l’incontro tra una delegazione della rete Non Una Di Meno e alcune rappresentanti sindacali della suddetta organizzazione. Incontro seguito alla richiesta avanzata da Non Una Di Meno alla Fiom e alla Cgil di indire lo sciopero generale per il prossimo 8 marzo o, in caso di risposta negativa, di fornire una motivazione pubblica in merito.

La Fiom-Cgil ha dichiarato che non indirà lo sciopero generale, giudicando questo strumento di mobilitazione, che le donne di oltre quaranta paesi del mondo hanno scelto di usare in quella giornata, nei termini di uno sciopero politico, in quanto tale difficilmente articolabile, comprensibile e dunque realizzabile nei luoghi di lavoro in cui è presente e opera. Pertanto, come già comunicato dalla stessa Cgil, si adopererà esclusivamente nell’organizzazione di eventuali iniziative pubbliche e assemblee e saranno, in caso, le singole RSU e le articolazioni territoriali a valutare la possibilità di indire lo sciopero nei propri luoghi di lavoro.

Assumiamo il fatto che la Fiom-Cgil non ha colto, in tutta la sua urgenza politica, la sfida lanciata dal movimento globale delle donne. Movimento che ha iniziato a reinventare e dare nuovo significato anche alla stessa pratica dello sciopero: l’8 marzo non sarà infatti tanto o solo uno sciopero politico, Non Una Di Meno la sua piattaforma la ha ed è il Piano Femminista contro la violenza che tutte insieme abbiamo iniziato a scrivere negli scorsi mesi. Non è più tempo di leggere la lotta contra la violenza sulle donne nei termini di una battaglia “culturale o emancipatoria” separata da quelle sindacali e vertenziali. Affermare che la violenza di genere è fenomeno strutturale e sistemico che attraversa quindi tutti gli ambiti dell’esistenza delle donne vuol dire immaginare risposte all’altezza, capaci di pensare una trasformazione radicale della società e delle relazioni, come anche delle condizioni di vita e di lavoro. Ed è questo che le donne stanno facendo, autorganizzandosi negli sportelli e nei centri antiviolenza, nei territori, nei posti di lavoro, in casa, nelle scuole e nelle università. Non saranno queste risposte negative ad arrestarci, noi andremo avanti, il prossimo 8 marzo incroceremo le braccia insieme a centinaia di migliaia di altre donne in tutto il mondo, ci riprenderemo le piazze e le strade con le nostre rivendicazioni e non ci fermeremo fino a che non otterremo delle risposte concrete rispetto al Piano che andremo a proporre.

Lo ripetiamo ancora una volta, “Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!”.

Non Una Di Meno

L’ 8 MARZO I SAPERI SCIOPERANO

637

Gentili professoresse e ricercatrici,

L’ 8 Marzo più di 40 Paesi nel mondo hanno aderito all’appello per uno sciopero globale
delle donne, sotto lo slogan di “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo”.
In Italia il movimento Non Una Di Meno ha aderito a questo appello per proseguire il percorso contro la violenza di genere inaugurato il 26 e 27 novembre 2016, che ha visto la partecipazione di più di 250 mila persone. Il 27 novembre, in particolare, circa 1500 persone hanno partecipato alla discussione, suddivisa in otto tavoli tematici, per scrivere collettivamente un piano nazionale antiviolenza, capace di affrontare in modo complessivo le mille sfaccettature della violenza di genere.

L’8 marzo sarà, prima di tutto, una giornata senza di noi, senza le donne. Una giornata di
sciopero in cui incroceremo le braccia, interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva, articolando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura e dal consumo. Lo sciopero è dunque lo strumento che il movimento femminista ha individuato per contrastare le molteplici forme con cui la violenza di genere si abbatte sui corpi delle donne in tutto il mondo: dalla precarizzazione alla subordinazione nel mercato del lavoro, passando per una violenza più sottile ma altrettanto efficace inscritta nelle relazioni sociali e nel modo in cui viene
impartito il sapere, che non educa alla valorizzazione delle differenze come motore nevralgico delle relazioni sociali, ma al contrario educa alla loro gerarchizzazione e subordinazione. Questi elementi confermano che la violenza di genere non è un fatto emergenziale ma strutturale, che non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della società e delle relazioni, delle condizioni di vita e di lavoro. Uno sciopero quindi che si articola in forme e modalità differenti, che passa inevitabilmente per i luoghi del sapere interrogandoli sul modo in cui questo viene impartito e sul suo ruolo nella società portando a una sua ridefinizione e riscrittura.

Crediamo infatti che i luoghi della formazione debbano rivestire un luogo centrale nella
prevenzione e contrasto alle violenze così come nella promozione di una cultura critica e realmente antisessista. Per questo motivo, scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, al fine di rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere. Non ci interessa una generica promozione delle pari opportunità, ma coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità.

Per questo, durante l’assemblea nazionale tenutasi a Bologna il 4 e 5 febbraio 2017, il
movimento Non Una Di Meno, nel tavolo “Educazione e Formazione”, si è interrogato su come lo spazio universitario, che appare decisamente obsoleto se sottoposto a un’analisi di genere minimamente rigorosa, possa essere attraversato da questo processo che educa alle differenze, avanzando alcune proposte che mettono in moto un processo dinamico che ridefinisce il rapporto tra università, studenti e docenti, e più in generale ripensa la struttura stessa dell’università.

Alcune delle proposte più importanti sono:
– La promozione dell’autoformazione come strumento utile per sensibilizzare il corpo
universitario sulle tematiche di genere e di cui deve essere riconosciuto il valore sociale da
parte degli atenei. In tal senso è fondamentale aumentare il numero di seminari (conferenti
CFU) proposti e costruiti da studenti e docenti, come già viene fatto in alcune realtà.

– La creazione di commissioni didattiche per promuovere la cooperazione tra il corpo
docente e gli studenti e studentesse, al fine di instaurare un dialogo proficuo volto alla costruzione di un sapere critico e partecipato sulle tematiche di genere.

– La costituzione di un corso di laurea specifico sugli studi di genere, un corso di
“alfabetizzazione” su femminismi e differenze di genere nei percorsi formativi tanto per gli studenti quanto per le docenti.

– La costituzione di un dipartimento interfacoltà di studi di genere non solo come luogo fisico in cui reperire materiali utili per l’approfondimento, ma soprattutto come centro in cui rileggere in chiave di genere le discipline tradizionali studiate nelle varie facoltà, conferendo un taglio femminista trasversale a tutti gli insegnamenti.

– La creazione di una piattaforma on-line di condivisione di articoli, testi, saggi e buone
pratiche, come supporto dei vari atenei.

Nell’ambito dei lavori del tavolo “Lavoro e welfare” si è sottolineata l’assoluta carenza di servizi per studentesse e lavoratrici dell’università, e la necessità di aprire un percorso rivendicativo finalizzato all’apertura di un consultorio e di un centro antiviolenza, e all’aumento dei posti nell’asilo nido della Sapienza, molto limitati e riservati esclusivamente a lavoratrici e docenti.
Per questi motivi, riassunti nella piattaforma nazionale “8 punti per l’8 marzo”, vorremmo invitare l’8 marzo tutte le docenti e le ricercatrici ad aderire allo sciopero e ad indire per quella data un blocco delle lezioni. A coloro che sono precarie e non possono esercitare il loro diritto a scioperare, proponiamo di convertire le lezioni, decostruendo l’impostazione classica della didattica, e dare alla lezione un’ottica di genere.

Crediamo che il coinvolgimento delle lavoratrici non strutturate e precarie di tutto il settore della conoscenza sia fondamentale. In quest’ottica è significativamente importante l’intreccio del nostro percorso con quello di alcune realtà del mondo degli Enti Pubblici di Ricerca, in primo luogo le precarie dell’Istat, che in questi anni si sono mobilitate per difendere il ruolo della ricerca pubblica e rivendicare percorsi di stabilizzazione dedicati a coloro che contribuiscono fattivamente alla produzione scientifica in questo Paese, ma che lavorano in condizione di crescente precarizzazione,
subendone le ripercussioni sul proprio percorso lavorativo e personale. Si tratta di una sinergia fondamentale tra lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti che rafforza e amplifica le ragioni di questa giornata di sciopero.

L’8 marzo saremo dentro l’università per un’assemblea pubblica alle ore 11 a Piazzale della Minerva, in cui discuteremo di questi temi con le soggettività della formazione tutta
e fuori dalla città universitaria per dare gambe a un corteo che toccherà alcuni luoghi
simbolici tra cui il CNR e l’ISTAT.
Nel pomeriggio, invece, ci concentreremo alle 17 davanti al Colosseo, e da qui partirà
un corteo cittadino che si concluderà a Piazza San Cosimato.

Studentesse e studenti della Sapienza – Non Una Di Meno
Ricercatrici e tecniche – Non Una di Meno ISTAT

In tutto il mondo la marea di donne verso l’8 marzo

 

banner-8-no-appuntamento-10

Lotto Marzo si avvicina, mentre ogni città si prepara a tingersi di fucsia e nero, le matrioske continuano a narrare anche con le immagini cosa significa non voler essere una di meno…

Una donna inizia a raccontare una storia e ci invita ad ascoltarla. L’abbiamo sentita in versione rock scritta da John Fogerty dei Creedence Clearwater Revival, in versione rock-soul da Tina Turner* e in duetto con Beyoncé. Abbiamo deciso di raccontarla anche noi utilizzando varie immagini estrapolate da film, serie tv e videoclip musicali, questa storia di una Mary qualunque che si alza tutti i giorni e va a lavorare sotto padrone, giorno e notte… lavapiatti a Memphis, benzinaia a New Orleans oppure disoccupata e precaria chissà dove… “Big wheel keep on turning/ Proud Mary keep on burning”. La grande ruota del capitalismo globale continua a girare come la Terra e le Mary di tutto il mondo la alimentano a benzina. Quante Mary abitano il pianeta? Ma a Memphis, la culla del blues, del gospel e del rock and roll, Proud Mary si affaccia sul fiume Mississippi e sogna di poter smettere la routine quotidiana e iniziare a far sentire la sua voce, insieme a tante altre Mary. “And we’re rolling, rolling/ Rolling on the river”… La marea, the feminist wave, si propaga…L’8 marzo in 40 paesi (sempre in aumento!) incrociamo le braccia nella giornata di sciopero globale delle donne in cui provare a sperimentare e praticare forme di blocco della produzione e della riproduzione sociale. Una giornata senza di noi, fuori da ogni ritualità. Anche nelle città d’Italia si moltiplicano gli appuntamenti, i cortei, i fash-mob vestite di nero e fucsia. Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!
* Tina Turner la cantava in coppia con l’ex marito Ike, un uomo violento che la picchiava e non accettava il successo della “sua donna” che eclissava il suo, finchè è riuscita a fuggire e a divorziare, continuando a brillare più di prima.

Infosex 

 

L’obiezione di coscienza uccide i diritti delle donne

C’è una grande solerzia nel difendere supposti diritti degli obiettori e non ce n’è alcuna nel difendere i diritti delle donne.
Questo è il dato che salta agli occhi in maniera eclatante nel penoso dibattito che sta infuocando queste due giornate a seguito della decisione di San Camillo e Regione Lazio di mettere a concorso dei posti riservati a medici per l’espletamento del servizio di IVG. Decisione che ci sembra un tiepido e minimo segnale nel panorama generale e della quale certo non ci accontentiamo, ricordiamo infatti che è ancora in ballo proprio al San Camillo la nomina del Primario ed è concreto il rischio che il posto possa essere assegnato a un medico proveniente da un ospedale confessionale.
Rigettiamo con forza la narrazione paradossale che addirittura vuole dipingere i medici obiettori come vittime di discriminazione.
Dove sarebbe leso il diritto dei medici obiettori in un Paese in cui abbiamo una media del 76% di ginecologi obiettori e del 49% di anestesisti? Dove ci sono regioni con il 90% di obiettori, dove su 94 strutture con reparti di ginecologia e ostetricia solo in 62 si offre il servizio di IVG? Ha parlato di discriminazione il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma e provincia, a proposito del bando, e forse non ha ben chiaro il significato della parola discriminazione in una Regione in cui l’81% dei ginecologi sono obiettori, non certo un’esigua minoranza soggetta a vessazioni e dove la scelta dell’obiezione si traduce in vantaggi di carriera.
La possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza che senso ha oggi a quasi quarant’anni dalla sua applicazione?
Chi oggi sceglie di studiare medicina e poi sceglie di specializzarsi in ginecologia (o in anestesia) sa che nel nostro Stato il diritto delle donne a interrompere una gravidanza in modo sicuro per la loro salute è sancito da una Legge che sta per compiere 40 anni, sa quindi che tra le mansioni previste per un medico che operi nel servizio pubblico c’è anche quella di effettuare le IVG, se la sua coscienza lo rende contrario all’aborto dovrebbe ripensare alle proprie scelte professionali optando per un’altra specializzazione o non partecipando a concorsi per lavorare nel servizio pubblico. Come per altre professioni non dovrebbe essere consentito l’accesso a persone che per motivi di coscienza non possono garantire l’espletamento di mansioni proprie di quella professione.

Ancora una volta abbiamo sentito voci di uomini sentenziare sul corpo delle donne e ancora una volta dal dibattito di questi giorni è stata drammaticamente assente proprio la voce delle donne che vogliamo invece rimettere al centro.
La voce la alziamo forte per dire che I diritti lesi sono quelli delle donne che a causa dell’obiezione di coscienza dilagante sono costrette a spostarsi di provincia o di regione per riuscire a trovare una struttura che pratichi l’ivg, che si mettono in fila alle 5 del mattino per riuscire a rientrare fra le poche a cui sarà garantita la prestazione quel giorno, che sono costrette a trascorrere la degenza insieme a partorienti e neonati dopo un aborto terapeutjco, che non possono quasi mai accedere all’aborto farmacologico.
Alziamo forte la voce, come già abbiamo fatto dopo la terribile morte di Valentina, per ricordare che di obiezione si può morire.
Se davvero si vuole ridurre il numero di interruzioni si dovrebbe fare una seria educazione sessuale nelle scuole, si dovrebbe garantire l’accesso libero e gratuito alla contraccezione , nclusa quella di emergenza, si dovrebbero potenziare e non smantellare i consultori.
Le duecentomila donne scese in piazza il 26 novembre, le 2000 riunitesi in 8 tavoli tematici il 27 a Roma e poi ancora il 4 e 5 febbraio a Bologna hanno detto scelto tra i punti di rivendicazione per lo sciopero delle donne dell’8 marzo il diritto all’autodeterminazione perché sui.nostri corpi decidiamo noi e vogliamo aborto libero e sicuro, aborto farmacologico fino a 63 giorni e senza ricovero ospedaliero, contraccezione garantita e lotta alla violenza ostetrica.
Anche per questo torneremo in piazza l’8 marzo con le donne di 40 Paesi e saremo di nuovo marea .

Non una di meno Roma

663

Foto cartella stampa

#LOTTOMARZO ha inondato #SanValentino2017

di aQara, Teknopolitica

immaginepiccola

Durante le partecipatissime assemblee del 4 e 5 Febbraio a Bologna, abbiamo accolto la proposta delle compagne di aQara di agire all’interno dei social network, mobilitando le nostre reti per opporci ad una narrazione che sui canali mainstream costruisce giorno dopo giorno un immaginario sui ruoli di genere che è sessista e stereotipato. Questo tipo di azioni collettive si rivela molto efficace soprattutto in occasione di eventi che catalizzano l’attenzione dei social media, come ad esempio la giornata di San Valentino.

Come ogni anno, il 14 Febbraio Twitter si è popolato di messaggi e immagini accompagnati dall’hashtag #SanValentino2017: tweet dal tono talvolta ironico, altri con contenuti stereotipati, ma per lo più con pubblicità di aziende che approfittano della giornata per promuovere prodotti tradizionalmente legati alla coppia monogama: cenette romantiche, pacchetti-viaggio per due, regalini più o meno “arditi” ma sempre ben distinti tra quelli “per lui” e “per lei”.

Come reti femministe e antisessiste del percorso #NonUnaDiMeno abbiamo deciso di mettere in campo un “dirottamento” dell’hashtag ufficiale #SanValentino2017 durante il pomeriggio: ad un orario prefissato attivist* di ogni dove hanno iniziato a pubblicare tweet, ingaggiare discussioni, diffondere immagini e video, sempre collegandosi all’hashtag della giornata (e spesso aggiungendo anche #lottomarzo), “inquinando” così il dibattito digitale sui temi tradizionalmente legati a questa ricorrenza ed inondando il social network con argomenti basati sulle istanze del percorso di sciopero del mese prossimo.

L’azione era mirata alla decostruzione degli stereotipi di genere, al sovvertimento dell’amore romantico e alla messa a nudo dell’utilizzo commerciale della giornata, oltre che alle rivendicazioni di autodeterminazione e lotta al patriarcato caratteristiche del percorso; migliaia di persone hanno partecipato a questa discussione fluida e variegata, con l’intento di scalzare il linguaggio retrogrado, sessista e mercificatore che viene utilizzato in rete, sostituendolo con un linguaggio ed un lessico femminista. I termini “dirottamento” o “inquinamento” usati precedentemente stanno ad indicare proprio
questa dinamica che si è innescata il 14 Febbraio su Twitter.

//platform.twitter.com/widgets.js

//platform.twitter.com/widgets.js

Alle 16 – mentre #SanValentino2017 era in prima posizione tra gli hashtag più usati – abbiamo quindi iniziato a twittare i nostri contenuti. L’effetto è stato dirompente, in pochi minuti l’hashtag
#lottomarzo è salito nei trending topic di twitter, confermando che la discussione si stava spostando dai contenuti commerciali, focalizzandosi sulle istanze rivendicative dei movimenti femministi. I
nostri messaggi sono stati irriverenti, dissacratori, stimolanti, spesso hanno innescato discussioni fruttuose; eccone qualche esempio:

//platform.twitter.com/widgets.js

//platform.twitter.com/widgets.js

//platform.twitter.com/widgets.js

//platform.twitter.com/widgets.js

//platform.twitter.com/widgets.js

Per visualizzare l’effetto del dirottamento abbiamo realizzato alcuni grafi: quello che vedete qui sotto è stato realizzato scaricando tutti i tweet contenenti l’hashtag #SanValentino2017. L’immagine
illustra alcuni effetti del dirottamento: dalle 17 circa le interazioni social legate ai temi classici della giornata (parte in basso del grafo, dove compaiono gli hashtag #SanValentino, #amore,
#valentines, #uominiedonne) sono già dominate di gran lunga dall’impatto con la nostra bolla, che diffondeva in maniera coesa i contenuti contrassegnati con #8M, #NonUnaDiMeno, #LottoMarzo (parte alta del
grafo).

twitter san valentino Oltre all’ascesa di #lottomarzo nelle classifiche trending topics, si è verificato un altro fenomeno che attesta il successo della nostra azione di riappropriazione degli “argomenti caldi”: dopo circa
mezz’ora dall’inizio del dirottamento abbiamo riscontrato che l’hashtag #SanValentino2017 – hashtag ufficiale e sponsorizzato, che era in testa alle classifiche fin dalla mattina – era improvvisamente
sparito.

Cercando di capire cosa sia successo, abbiamo vagliato diverse ipotesi: quella più probabile è che le liste dei trending topics siano state ricalibrate per escludere proprio #SanValentino2017.
Infatti, pur trattandosi del più ovvio investimento per la giornata in termini sia mediatici che commerciali, la possibilità di lucrare su questo hashtag sponsorizzato è stata ridimensionata proprio
grazie al dirottamento, al punto che gli algoritmi di twitter hanno valutato conveniente censurare un hashtag ormai compromesso dai suoi riferimenti originali. Maggiori dettagli e considerazioni su questo
aspetto le potete trovare sul sito di Teknopolitica, dove abbiamo analizzato più nel dettaglio la questione.

//platform.twitter.com/widgets.js

Un altro elemento che emerge dalle analisi dei dati della giornata del 14 febbraio riguarda l’appoggio alla campagna di dirottamento fornito da compagne e strutture che dal resto d’Europa e dall’America
hanno raccolto il nostro appello [LINK] ed hanno contribuito ad arricchire il flusso discorsivo di una molteplicità di lingue, slogan e rivendicazioni. Questo dato ci pare una ulteriore conferma del
carattere transnazionale delle lotte femministe. Le relazioni tra soggettività in lotta giovano tanto più riescono ad abbattere ed oltrepassare ogni frontiera – che sia un confine di stato come un
firewall sulla rete – e a creare una rete globale di connessioni che si stabiliscono, rafforzano e moltiplicano anche a partire da azioni come quella del 14 febbraio.

Quello che emerge da questa giornata è che le forze che possiamo mettere in campo – anche in Rete – sono tali da poter influire sui canali di comunicazione online. Questo era ovviamente un esperimento,
una pratica di micro-sabotaggio per creare fermento verso l’8 marzo, quando anche i nostri corpi scenderanno nelle strade e nelle piazze, bloccando e dirottando flussi non solo virtuali, per reclamare
diritti e welfare. Anche in quella giornata, che sarà di mobilitazione globale, elaboreremo strategie di comunicazione e sovvertimento delle narrazioni tossiche, oltre ad analizzare gli effetti dirompenti
di questa marea che si farà oceano.
Per le strade, nella Rete, nelle piazze!

APPELLO AI SINDACATI AUTONOMI DELL’AMBITO AUDIOVISIVO PER L’ADESIONE ALLO SCIOPERO DELL’OTTO MARZO

Siamo le donne che, insieme ad altre 200 mila persone da tutta Italia, hanno costruito le due giornate di mobilitazione del 26 e 27 novembre con lo slogan “Non una di meno”, manifestazione ampiamente ignorata dai media mainstream . Ci siamo riconvocate il 4 e 5 febbraio a Bologna in un’assemblea nazionale con Oltre 2.000 PERSONE, per proseguire il lavoro di scrittura del “Piano Femminista Contro la Violenza Sulle Donne” e per organizzare lo Sciopero Globale delle Donne dell’8 marzo, rispetto alla cui indizione Vi scriviamo. La giornata dell’8 marzo – durante la quale donne e persone solidali in tutto il mondo incroceranno le braccia contro La violenza fisica, psicologica, economica e culturale nei loro confronti – in Italia si articolerà in cortei in numerose città, presidi e piazze tematiche, flash mob e assemblee. Ma, prima di tutto, sarà una giornata senza di noi, senza le donne, perché “se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo!”

Sciopereremo interrompendo ogni attività produttiva (lavoro propriamente detto) e riproduttiva (lavoro di cura, domestico, cura di bambini, anziani, parenti, ecc.), declinando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura, dal consumo, dall’uso dell’energia elettrica per gli elettrodomestici. Sono moltissime le lavoratrici – dipendenti, precarie, autonome, disoccupate – che stanno organizzando lo sciopero nei posti di lavoro, nelle Strutture Sanitarie, nelle aziende private, nelle scuole. Lo sciopero, dunque, è lo strumento che il movimento femminista in almeno 40 paesi del mondo ha scelto di utilizzare contemporaneamente, perché la violenza di genere non è un’emergenza ma un problema strutturale delle nostre società, non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della cultura, della società e delle relazioni pubbliche, delle condizioni di vita e di lavoro, non solo delle donne.

Lo scorso 17 gennaio abbiamo rivolto il primo appello ai sindacati per l’indizione dello sciopero generale dell’8 marzo. Un appello cui hanno risposto diverse organizzazioni sindacali di base (Cobas, Usb, SLAI cobas, Usi, SGB) e la CGIL FLC garantendo la copertura sindacale allo sciopero nei settori pubblico e privato, per 24 ore. Ora chiediamo a voi, che lavorate nel campo della comunicazione, di unirvi allo sciopero – anche solo a livello simbolico – poiché riteniamo da un lato che molte delle problematiche delle donne siano in comune con quelle dei tecnici e delle tecniche, degli operatori e delle operatrici video, nonché che anche voi abbiate un ruolo – spesso per volontà di terze parti – nella creazione di quelle immagini e di quell’immaginario che poi diffondono una cultura della violenza. Nello specifico, abbiamo in comune: – Lavoro continuato, senza orari fissi, poco riconosciuto e spesso mal retribuito; – Lavoro saltuario; – Precariato diffuso e standardizzato; (Trovate voi gli altri tratti in comune!) Ricordiamoci che il 60% del pubblico televisivo è femminile eppure l’estetica, l’immaginario e lo sguardo che vengono veicolati tramite il mezzo televisivo e cinematografico sono spesso soltanto maschili. In questa maniera le immagini televisive rivelano alle donne solo un modo di essere (viste) nascondendogliene tanti altri, forse più autentici, rispettosi, potenti.

Il vostro lavoro contribuisce a creare un immaginario sessista tramite: – Appostamenti sotto casa delle vittime di violenza, e inseguimento di loro congiunti (le cosiddette “buche”, standard per i casi di cronaca nera in genere); – Spettacolarizzazione e rivittimizzazione di casi di violenza gravi; – La cancellazione e minimizzazione della violenza quotidiana e meno eclatanti; – Inquadrature che fanno continuamente a pezzi il corpo delle donne (indugiando su parti come seno, culo, coscie e bocca) e che non restituiscono un’immagine integra delle stesse; – Continua sessualizzazione del corpo anche fuori dai contesti opportuni (esplicitamente eroticopornografici) e reso desiderante e desiderabile, ornamentale, compiacente, incapace di essere portatore di competenze, autorevolezza o pensiero divergente (si veda il caso – ancora non placato – Diletta Leotta). Avallare queste differenze di genere contribuisce a quel sistema per cui, per esempio, a chi lavora nell’ambito del giornalismo televisivo capita di essere aggredito in situazioni sconvenienti, magari perché in quanto tecnico diventa “il maschio” di riferimento in contesti pericolosi, in cui è stato condotto da una redazione poco conscia o decisamente menefreghista. Aggressioni all’ordine del giorno che diventano cronaca solo se ad essere aggredito/a è il giornalista che accompagna il tecnico o i tecnici.
Quello che vi chiediamo è di astenervi dal lavoro (qualora possibile) o di mettere in piedi uno sciopero bianco, per sottolineare la vostra vicinanza e per far capire che un’altra televisione è possibile: una televisione che sappia raccontare persone e fatti e non solo drammatizzarli ledendo la dignità delle persone offese e i corpi delle donne, una televisione al contempo capace di dare diritti a chi lavora per trasmissioni, tg, programmi, fiction, ma anche i diritti di chi vi è rappresentato, perché riteniamo che questi due aspetti siano fondamentali e interconnessi. Se al lavoro non si riconosce il giusto valore, scioperare è giusto. Per lo sciopero dell’8 marzo – ma anche nel quotidiano di tutti i giorni – vi chiediamo quindi di intraprendere azioni che sappiano comunicare a chi si trova a decidere cosa passa sullo schermo che non tutto è lecito e che non è possibile farlo con ogni mezzo umano necessario. Per esempio con piccoli gesti, come prendersi solo mezz’ora e organizzare una visione collettiva, sul posto di lavoro, de “il corpo delle donne”, lavoro di selezione di immagini televisive che dura 24′ e racconta quello che passa sullo schermo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la fa, senza “vederla”. Lo si trova senza problemi, on line. O andare a lavoro l’8 marzo con qualcosa di nero e fucsia (anche un braccialetto) come simbolo della vostra partecipazione. Infine, rifiutarsi di partecipare alle “buche” che umiliano la professione e voi stessi, per i casi di cronaca come per gli altri, può essere un altro modo di scioperare. Concludiamo questa lettera, sottolineando l’importanza che tutti i sindacati – anche quelli autonomi – si mettano al servizio della mobilitazione delle donne e si rendano strumento utile alle donne e non, viceversa, ostacolo all’adesione delle lavoratrici e di chiunque intenda partecipare a questa grande giornata internazionale di lotta contro la violenza di genere.

Non Una di Meno: TAVOLO NARRAZIONE DELLA VIOLENZA ATTRAVERSO I MEDIA