Bologna: in centro spunta “Matrioska Guerrilla”, verso lo sciopero delle donne

tratto da Zeroincondotta

Ieri performance in piazza Re Enzo, in vista dell’assemblea nazionale di Non una di meno del 4-5 febbraio e dell’appuntamento dell’8 marzo. L’appello della Favolosa coalizione: “Partecipa alla costruzione di questa opera collettiva, tutta da inventare”.

16265462_1020891691378087_7900321581769676829_n“Matrioska Guerrilla”, ovvero una “installazione politica vivente”: è la performance collettiva che ieri sera, in piazza Re Enzo, si è fatta spazio nel centro della città tra le iniziative dell’Art city white night. Con padelle e cucchiai, il flash mob ha voluto far sentire tutta la tua rabbia delle donne “contro la violenza di genere strutturale che ci vuole rendere vittime, mentre noi siamo favolos@, desideranti ed autodeterminat@”, spiega la Favolosa coalizione su Facebook, in vista dell’assemblea nazionale di Non una di meno che si terrà a Bologna il 4 e 5 febbraio (nelle aule universitarie di via Belmeloro 14, con otto tavoli tematici in programma) e dello sciopero delle donne dell’8 marzo.

Scrive la Favolosa coalizione, dopo l’iniziativa di ieri: “Non una di meno è un’opera d’arte politica collettiva, realizzata attraverso un processo creativo che ha coinvolto più di 200.000 donne in tutta Italia in una performance di trasformazione dell’esistente. Lo scorso 26 novembre eravamo in piazza a Roma, tantissime donne, tutte diverse, contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Il femminicidio non è il raptus di un uomo malato, ma la punta di un iceberg fatto di macro e micro violenze quotidiane, nell’invisibilità delle case, dentro le famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle strade, negli spazi pubblici, negli ospedali, nelle scuole, nelle università, nelle pagine dei giornali e sui social network. Ci riuniremo nuovamente per riattivare questo processo creativo che porterà alla scrittura del nostro manifesto, un piano antiviolenza femminista. Proprio qui, a Bologna, il 4 e 5 febbraio confluiranno 1000 donne da tutta Italia per generare onde inaudite di potenza immaginativa. E per prepararci a scioperare. L’8 marzo 2017 le attiviste argentine hanno convocato uno sciopero internazionale delle donne, a cui aderiamo insieme alle donne di altri 24 paesi, dall’Europa al Sudamerica, agli Stati Uniti. Sciopera anche tu. Partecipa a questa grande creazione collettiva. Sciopera perché noi donne possiamo vivere libere. Perché nessuno giustifichi più con l’amore gli uomini che ci uccidono. Perché possiamo scegliere se essere madri o no. Perché possiamo decidere di noi, del nostro corpo, della nostra sessualità. Perché possiamo migrare senza essere uccise, recluse, sfruttate. Perché possiamo essere le bambine e le donne che vogliamo, senza ruoli e stereotipi che limitino le nostre vite e i nostri desideri. Astieniti dal lavoro retribuito. Interrompi il lavoro non retribuito. Sottraiti dal lavoro di cura. Fai lo sciopero del sorriso, del trucco e delle “doti femminili” che tanto piacciono alla tua azienda. Rimanda al mittente le mimose e l’ipocrisia. Vestiti di nero. Esponi la matrioska alla finestra della tua casa o del tuo luogo di lavoro. Partecipa alla costruzione di questa opera collettiva, tutta da inventare. L’assemblea Non una di meno Bologna si riunisce l’8 febbraio al Centro delle donne, in via del Piombo 5″.

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Chiamata allo Sciopero internazionale delle donne – 8 marzo 2017 di Ni Una Menos

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L’otto marzo la terra trema. Le donne del mondo si uniscono e lanciano una prova di forza e un grido comune: sciopero internazionale delle donne. Ci fermiamo. Scioperiamo, ci organizziamo e ci incontriamo tra di noi. Mettiamo in pratica il mondo in cui vogliamo vivere.
#NoiScioperiamo
Scioperiamo per denunciare:
Che il capitale sfrutta le nostre economie informali, precarie e intermittenti.
Che gli stati nazionali e il mercato ci sfruttano quando ci indebitano.
Che gli Stati criminalizzano i nostri movimenti migratori.
Che guadagniamo meno degli uomini e che il divario salariale tocca, in media, il 27%.
Che non si riconosce il fatto che il lavoro domestico e di cura è lavoro non retribuito, che si somma mediamente per 3 ore in più alle nostre giornate lavorative.
Che questa violenza economica aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alla violenza maschile, di cui l’atto estremo più aberrante sono i femminicidi.
Scioperiamo per reclamare il diritto all’aborto libero e perché nessuna sia obbligata alla maternità.
Scioperiamo per rendere visibile che se i lavori di cura non diventano responsabilità di tutta la società noi ci vediamo obbligate a riprodurre lo sfruttamento classista e coloniale tra donne. Per andare a lavorare dipendiamo da altre donne. Per spostarci dipendiamo da altre donne.
Scioperiamo per valorizzare il lavoro invisibilizzato che facciamo, che costruisce reti, sostegno e strategie vitali in contesti difficili e di crisi.
#NonSiamoTutte
Scioperiamo perché mancano le vittime di femminicidio, voci che si spengono violentemente ad un ritmo da brivido di una al giorno solo in Argentina.
Mancano le lesbiche e le transessuali assassinate da crimini di odio.
Mancano le prigioniere politiche, le ricercate, le assassinate nel nostro territorio latinoamericano per difendere la terra e le sue risorse.
Mancano le donne incarcerate per delitti minori che criminalizzano forme di sopravvivenza, mentre i crimini delle multinazionali e del narcotraffico rimangono impuniti perché beneficiano il capitale.
Mancano le morte e le prigioniere per aborti insicuri.
Mancano le desaparecidas.
Di fronte a luoghi che diventano un inferno, ci organizziamo per difenderci e prenderci cura tra di noi.
Di fronte al crimine maschilista e alla sua pedagogia della crudeltà, di fronte all’intento dei mezzi di comunicazione di vittimizzarci e terrorizzarci, trasformiamo il dolore individuale in complicità collettiva e la rabbia in lotta collettiva.
Di fronte alla crudeltà, più femminismo.
#NoiCiOrganizziamo
Noi ci appropriamo degli strumenti dello sciopero perché le nostre domande sono urgenti. Facciamo dello sciopero delle donne una misura ampia e attuale, capace di proteggere le occupate e le disoccupate, le donne senza salario e quelle che prendono un sussidio, le lavoratrici in proprio e le studentesse, perché tutte siamo lavoratrici.
Noi scioperiamo.
Ci organizziamo contro il confino domestico, contro la maternità obbligatoria e contro la competizione tra donne, tutte forme spinte dal mercato e dal modello della famiglia patriarcale.
Ci organizziamo in ogni dove: nelle case, per le strade, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei mercati, nei quartieri.
La forza del nostro movimento sta nei legami che creiamo tra noi.
Ci organizziamo per cambiare tutto.
#LInternazionaleFemminista
Tessiamo un nuovo internazionalismo.
Dalle situazioni concrete in cui ci troviamo, interpretiamo la congiuntura.
Vediamo che di fronte al rigurgito neo-conservatore, localmente e globalmente il movimento delle donne emerge come potenza di una alternativa.
Vediamo che la nuova “caccia alle streghe”, che ora perseguita ciò che nomina “ideologia di genere”, prova giustamente a combattere e neutralizzare la nostra forza e a spezzare la nostra volontà.
Di fronte alle spoliazioni multiple, alle espropriazioni e alle guerre contemporanee che occupano la terra e il corpo delle donne come territori prediletti di conquista, noi ci accorpiamo politicamente e spiritualmente.
#CiMuoveIlDesiderio
Perché #ViveELibereCiVogliamo, noi ci arrischiamo in alleanza insolite.
Perché noi ci appropriamo del tempo e apriamo spazi di libertà per noi, facciamo dello stare unite un sollievo e una conversazione tra alleate, trasformiamo le assemblee in manifestazioni, le manifestazioni in festa, la festa in un futuro comune.
Perché #SiamoPerNoistesse, questo 8 marzo è il primo giorno della nostra nuova vita.
Perché #CiMuoveIlDesiderio, il 2017 è il tempo della nostra rivoluzione.
Testo originale: https://www.facebook.com/notes/ni-una-menos/llamamiento-al-paro-internacional-de-mujeres-8-de-marzo-2017/588055324718987

WHO RUN THE WORLD? GIRLS

 

di Rete Io Decido

womens_march_washington_fb.jpgLa marea è tornata a inondare le strade del mondo e in questo fine settimana si è tinta di rosa; il rosa dei cappelli simbolo della #WomensMarch. Le donne si sono messe in marcia in questo sabato appena trascorso: centinaia di migliaia di corpi si sono riversati nelle strade di tantissime città statunitensi e non solo. Milioni di passi mossi assieme contro l’insediamento del neo-presidente Trump e contro la cultura sessista, misogina, prevaricatrice, razzista e xenofoba che Trump incarna e che rappresenta immediatamente la violenza del capitalismo neoliberale.

Le parole pronunciate sabato da Angela Davis risuonano ancora nelle teste; emozionano, fanno riflettere:

This is a women’s march and this women’s march represents the promise of feminism as against the pernicious powers of state violence. And inclusive and intersectional feminism that calls upon all of us to join the resistance to macis […] to capitalist exploitation”

“Questa è una marcia di donne e questa marcia delle donne rappresenta la promessa del femminismo contro i funesti poteri della violenza di stato. Ed è il femminismo inclusivo e intersezionale che invita tutt* noi a unirci alla lotta di resistenza al razzismo […] e allo sfruttamento capitalistico”

Il messaggio è questo ed è incontrovertibile: la lotta delle donne è lotta contro il capitalismo globale, contro quelle condizioni di vita che producono violenza; una violenza che si abbatte con ferocia principalmente sulle donne stesse. È la lotta contro ogni confine, geografico e relazionale; è la lotta per l’autodeterminazione dei popoli, dei corpi e delle vite in ogni campo dell’esistente, da quello domestico a quello lavorativo e sanitario. La lotta delle donne, quella femminista, è immediatamente lotta per la libertà.

È a nostro parere miope leggere le Women’s March come una mera operazione di purplewashing diretta dall’opposizione democratica a Trump. Certo, dobbiamo dirci che quando le strade e le piazze vengono riempite da centinaia di migliaia di persone la composizione non può che essere eterogenea e striata, ma ciò definisce, semmai, l’eccedenza di quelle piazze, esattamente nel segno che ha indicato Angela Davis nel suo intervento: quello della resistenza al sistema patriarcale, razzista e classista incarnato dal neo-presidente, resistenza di certo non racchiudibile nell’alveo del Partito Democratico americano. Questa complessità non può essere quindi semplificata attraverso l’uso di categorie predefinite e inadeguate: si parla molto, in questi giorni, di femminismo liberale e di femministe pret-à-porter. Sappiamo bene, per parafrasare le parole di Nina Power, che negli ultimi venti anni i repubblicani americani, a loro volta, hanno abusato del termine “femminismo” storpiandolo e utilizzandolo in maniera opportunistica per giustificare la guerra in Medio Oriente e altre ignobili operazioni politiche. Ebbene, queste manovre strumentali cominciano a saltare, finalmente; con buona pace di chi sostiene (avvalendosi di non si sa bene quale valido strumento divinatorio) che, se avesse vinto la Clinton, tali manifestazioni non ci sarebbero state. Dimenticando però che in tutto il mondo il protagonismo delle donne continua da mesi a irrompere nello scenario pubblico, con la sua forza virale, con la radicale e immaginifica determinazione che abbiamo visto  il 3 Ottobre con il Black Monday polacco; abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle il 26 e 27 Novembre a Roma; nelle intense giornate di lotta delle donne argentine e sudamericane che hanno segnato profondamente quest’autunno.

Sono queste le lotte che hanno accompagnato il passaggio al nuovo anno e che negli ultimi mesi hanno aperto uno spazio di soggettivazione e di produzione di discorso politico radicale che sta determinando una risignificazione delle pratiche femministe e quindi delle pratiche politiche tout court.

Le #WomensMarch americane confermano che un nuovo movimento di donne è in cammino e che essere protagoniste dello spazio politico che si è aperto significa anche rovesciare le contraddizioni che porta con sé, innervandolo dello sguardo e del metodo femminista, transfemminista queer e meticcio che assieme stiamo costruendo.

Questo movimento conserva memoria e se ne fa forte. Ma non ha né madri né, tanto meno, padri e assume fino in fondo le pratiche femministe, quelle che rovesciano le forme della politica classica e dunque maschile; quelle, cioè, che non passano per l’autorità, la leadership e la rappresentanza, che non rivendicano diritti proprietari, di veto o di primogenitura sulle lotte, né accampano pretese in base a presunte quote azionarie fondate sul numero degli iscritti, se non dei follower.

E allora la domanda che abbiamo collettivamente formulato all’indomani del 26-27 Novembre è assolutamente attuale e indicativa: CHI HA PAURA DELLA MAREA?

Le prossime settimane forse sapranno consegnarci una risposta che, in parte, già si sta delineando. Una cosa però la possiamo dire con forza, la marea non ha paura del possibile che ha espresso, anzi! Lo scopo è proprio quello di trasformare quel possibile in azione concreta! Il piano femminista contro la violenza – che continueremo a scrivere in assemblea il 4 e 5 febbraio a Bologna – diventerà pratica di lotta il prossimo 8 marzo per il primo sciopero globale delle donne.

E per citare nuovamente le parole di Angela Davis (riprese da quelle di Ella Baker):

We who believe in freedom cannot rest until it comes

Non ci fermeremo finché non avremo conquistato la libertà per tutt*!

EX ALMAVIVA chiamano, NON UNA DI MENO risponde

Oggi abbiamo partecipato al corteo per la dignità del lavoro, contro lo sfruttamento e i ricatti. Guardiamo con profondo rispetto ed empatia a questa lotta contro l’ingordigia di una mega-azienda che ha preso milioni di euro di commesse pubbliche e non ha mai perso l’occasione di torturare i propri dipendenti con richieste sempre più pressanti in termini di taglio dei salari (già bassi come possono esserlo oggi gli stipendi part-time) e aumento del controllo individuale (ricordate il jobs act e la possibilità di introduzione dei dispositivi di controllo remoto?).
Ci uniamo alla lotta per degli ammortizzatori sociali veri che invertano la tendenza allo smantellamento del welfare. Che Naspi potranno prendere lavoratori e lavoratrici con una busta paga da 600 euro? In quale mercato del lavoro si andranno a spendere le nuove competenze acquisite grazie ai voucher formazione destinati a riqualificare per ricollocare?
“Non Una Di Meno” diciamo ora noi donne, contro la violenza sotto ogni forma. Anche quella lavorativa ed economica. Lo stupro e il femminicidio sono legate anche alla generale condizione di subalternità della donna. Una condizione che è proprio la violenza stessa a perpetuare. Le condizioni di sfruttamento, subalternità e discriminazione che come donne, gay, lesbiche e trans viviamo ogni giorno nel mondo del lavoro e nella vita pubblica in generale. Salari più bassi, carichi familiari più alti, sbarramento di carriera, finti part time sono la quotidianità del lavoro delle donne che da tempo ormai si è estesa anche agli uomini. A cui si aggiungono spesso molestie e danni alla salute. Una situazione che si aggrava coi tagli al welfare giustificati dalla crisi del debito, che di fatto riportano il lavoro di cura tutto in dentro alle famiglie e di fatto sulle spalle delle donne. Milioni di donne pagano il prezzo della crisi mentre pochi miliardari concentrano tutta la ricchezza del mondo nelle loro mani.
In questi mesi abbiamo conosciuto la potenza di un nuovo movimento globale che a partire dalla determinazione delle donne contro il femminicidio e la violenza maschile porta nelle piazze la rivendicazione di una nuova giustizia sociale. Oggi 21 gennaio a Washington la Women’s March contro la Presidenza Trump porta in piazza centinaia di migliaia di persone riunendo le rivendicazioni femministe alla lotta contro gli annunciati tagli al welfare, le battaglie degli afroamericani #blacklivesmatter alla rivendicazione di un salario minimo #fightfor15 portata avanti soprattutto dalle immigrate latinos. Così come il black Monday in Polonia e prima ancora in Argentina lo sciopero si diffonde come pratica femminista intersezionale che riunisce la critica alle disuguaglianze economiche e sociali per un welfare universale, per l’autodeterminazione delle nostre vite. In Italia il 26 novembre scorso la marea “Non Una Di Meno” ha portato in piazza a Roma oltre 200.000 persone di ogni genere e provenienza determinate ad attivarsi in modo permanente ed intransigente contro la violenza maschile sulle donne.
L’8 marzo prossimo continuiamo il percorso verso la realizzazione di un Piano femminista contro la violenza di genere, incroceremo le braccia facendo pesare la nostra astensione dal lavoro produttivo e riproduttivo. Come le donne in tutto il mondo per essere ascoltate dobbiamo non solo parlare ma gridare forte… SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI CI FERMIAMO, PER VOI NON PRODUCIAMO

DONNE, LESBICHE, TRANS: SE TOCCANO UNA, RISPONDIAMO TUTTE

 

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Il racconto di Natalia di Marco, da “Non una di meno” in Argentina allo sciopero globale delle donne.

Trascrizione dell’intervento tenuto per “Uteri senza Frontiere”, a cura di Orlando e della Favolosa Coalizione (Bologna, 16-17/12/2016).

Traduzione a cura di Susanna De Guio.

Sono Nati Di Marco, militante femminista, anticapitalista, docente, comunicatrice popolare dell’Argentina, di Cordoba.

In relazione alla lotta per il diritto a decidere, a progettare sui nostri corpi e le nostre vite, in Argentina e in tutta l’America Latina abbiamo un’importante tradizione di lotta. Siamo Paesi che hanno attraversato secoli segnati dalle dittature militari, con una repressione e una violenza molto importanti, e che per molto tempo hanno fatto sì che si pensasse che le lotte delle donne e delle femministe dovevano occupare luoghi secondari nelle rivendicazioni dei movimenti sociali e popolari. Tuttavia, molte compagne che hanno militato negli anni ’70, di sinistra, rivoluzionarie, e che sono state esiliate durante la dittatura in Argentina, e in altri Paesi, si sono nutrite, in esilio e in Europa, di altre esperienze femministe, e sono tornate negli anni ’80 con un enorme impeto di trasformazione.

Questo impeto in Argentina si è plasmato in quel che è stato il primo incontro nazionale delle donne, che si è convocato a Buenos Aires nel 1984. Oggi siamo già arrivati a 30 incontri nazionali, senza interruzione, anno dopo anno, in diverse città, e che sono spazi in cui confluiscono decine di migliaia di donne, lesbiche, trans, travestite, da diversi luoghi del Paese, ma anche dal resto del continente e da altri luoghi del mondo. Questa pratica di incontro, di costruzione collettiva, è riuscita a generare e ad aprire spazi di dialogo che hanno dato luogo alla creazione di campagne tanto importanti come è stata la campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito in Argentina, così come anche quella contro la violenza sulle donne. In questo senso noi pensiamo che questa questione degli incontri nazionali delle donne si intrecci con le pratiche ancestrali che hanno costruito le donne del continente, di formare reti solidali e tra amiche, tra vicine di casa e di quartiere, per appoggiarci, per accompagnarci di fronte alle situazioni più dure. Come per esempio quando decidiamo di interrompere una gravidanza in un contesto di clandestinità. Ma anche per formare reti tra amiche e vicine, tra compagne, di fronte a situazioni di violenza che attraversiamo quotidianamente come donne. Queste forme di organizzazione e di risposta, profondamente femministe, costruiscono a partire dall’orizzontalità, dall’affetto e dal corpo, e non solamente a partire dalle categorie razionali, politicizzano tutte le altre pratiche, confluendo in quelli che sono gli incontri nazionali delle donne.

Nel nostro Paese queste campagne sono riuscite a generare un avanzamento del consenso sociale intorno al diritto all’aborto, nonostante continui a essere clandestino. In realtà solamente in tre situazioni è legale in Argentina:

– in caso di pericolo di salute o di vita della donna gestante;

– in caso di stupro;

– in caso di abuso di una donna che è dichiarata incapace.

A eccezione di questi tra casi in Argentina non si può accedere all’aborto legale. Tuttavia, nonostante il conservatorismo dei giudici, dei medici, di tutte le corporazioni e dei nostri governi, perché finora nessuno si è pronunciato a favore della legalizzazione di questo diritto, che è così importante per le donne, a livello sociale si sono aperte enormi brecce nel dibattito, con la possibilità di aprire il dibattito per il diritto all’aborto delle donne.

Oggi la campagna è composta da sindacati, organizzazioni studentesche, organizzazioni femministe di donne, ovviamente, ma anche movimenti territoriali di tutti i tipi, che poco alla volta hanno cominciato a includere nelle loro agende e nei loro programmi non solo le rivendicazioni specifiche dell’aborto, ma anche altre rivendicazioni femministe. Tuttavia, nelle pratiche di questa campagna, che ha già 11 anni e va per i 12, è emersa anche la necessità di dare risposte in modo più coordinato alle donne che effettivamente, nel quotidiano, avevano bisogno di interrompere la loro gravidanza. La campagna si propone come obbiettivo principale la legalizzazione dell’aborto, insieme all’educazione sessuale e alla contraccezione, però sappiamo che, finché la legalizzazione non c’è, noi donne continuiamo ad abortire, e continuiamo a morire, in gran parte le più povere, per aborto clandestino. Quindi hanno cominciato a formarsi quelle che sono le reti di soccoristas, o le soccorristas en red, che sono le donne che danno soccorso. Sono compagne, e anche alcuni compagni, che si sono preparate e si sono costituite in rete, e che rispondono e accompagnano le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Si occupano del diritto all’informazione, alla salute, che sono riconosciuti legalmente nel nostro Paese, così come in moltissimi trattati internazionali, e queste organizzazioni di soccoriste sono attive in moltissimi punti del Paese, accompagnano le donne che decidono di abortire. Nel frattempo si continua anche a dare battaglia sul piano politico: abbiamo letto il documento iniziale che avete condiviso per questa iniziativa, e anche in Latino-America l’aria sa di conservatorismo, e a sua volta di questa combinazione così particolare tra neoliberismo economico da un lato, e conservatorismo sociale dall’altro. Abbiamo misure liberali circa la privatizzazione, la riduzione dei finanziamenti nella salute, nell’educazione, nei programmi sociali, che sono accompagnate da forti alleanze del potere politico ed economico con la Chiesa. La chiesa cattolica, così vicina a voi, ma oggi tanto presente anche in Argentina, con la figura del papa, credo abbia fatto un danno profondo ai movimenti sociali argentini, ma anche altre chiese evangeliche, che hanno un inserimento sociale importante, continuano a costruire un discorso che è penalizzatore, è di colpevolizzazione delle donne. E a sua volta associano fortemente alla donna il mandato materno, in cui la si riduce al ruolo di riproduttrice, di incubatrice, e non di donna piena, desiderante, che potrebbe desiderare o no di avere un figlio. Anche questo si esprime attraverso molteplici misure economiche e politiche da parte dello stato.

Dicevamo che stiamo attraversando un contesto nel quale avvertiamo un’ondata, a livello latino-americano, di governi conservatori. Questo non significa però che abbiamo avuto governi tanto di sinistra o ancor meno femministi prima, però avevano aperto margini in cui la pressione popolare, sociale e dei movimenti sociali, combinata con crisi economiche precedenti, molto forti, avevano fatto in modo che questi governi avessero bisogno, per garantire la loro governabilità, quindi la possibilità di seguitare a stare al potere, di dare alcune concessioni ai movimenti, che implicarono la partecipazione di alcune referenti in alcuni movimenti più vicini allo stato.

In Argentina in particolare, questo si è manifestato in una certa quantità di leggi e di iniziative legislative, come è stata ad esempio la riforma del matrimonio civile per includere le coppie non eterosessuali, o la legge sulle identità di genere, pioniera nel nostro Paese, in quanto è una delle poche leggi che non fa dell’identità trans una patologia ma, al contrario, individua l’identità nell’autopercezione, in modo che la persona che vuole modificare il suo genere, nei suoi documenti come nel suo corpo, deve soltanto manifestarlo, senza passare attraverso test o esami medici e psicologici che la definiscono come una patologia, come una malattia. Si sono creati anche i programma “La salute sessuale e la procreazione responsabile”, “L’educazione sessuale integrale”. Sono tutte iniziative che sono state rivendicazioni storiche del movimento delle donne e femminista, e che si sono plasmate con forza negli incontri nazionali delle donne e nelle loro diverse iniziative in tutto il Paese, e che hanno potuto trovare questa forma, questo riconoscimento da parte dello stato. Questo non ha significato una garanzia piena dell’accesso, però ha significato che da parte del campo popolare abbiamo altri strumenti giuridici per fare pressione per la realizzazione di questi diritti. E in questo senso, come dicevo prima, l’Argentina ha un movimento nazionale di donne molto consolidato: in gran parte si deve all’incontro nazionale di mujeres che da 30 anni esiste e permette alle diverse associazioni di non restare isolate.

Noi portiamo avanti in maniera coordinata le campagne e le azioni che in una maniera o nell’altra si riproducono nei diversi angoli del Paese con compagne che spesso non conosciamo, però ci posizioniamo insieme dietro ad alcune rivendicazioni e bandiere, e scendiamo in piazza tutte insieme, lo stesso giorno, a protestare e ad esigere i nostri diritti. Lì è dove si trova anche l’agenda femminista che abbiamo, che parte dall’otto di marzo, il giorno internazionale della donna lavoratrice, però che allo stesso tempo coinvolge il 28 di maggio, il giorno di azione per la salute delle donne, e il giorno dell’orgoglio Lgbt che in Argentina è in novembre e non è in maggio, per una questione di geografia e di temperatura, perché in maggio fa freddo. C’è poi il 28 settembre, il giorno per la lotta per il diritto all’aborto, che è il giorno latino-americano per il diritto all’aborto, che è stato instaurato nel 1990, e da quel momento ogni anno proseguiamo nel rendere più visibile questa rivendicazione, ogni volta con più “massività” e maggiori adesioni. C’è poi il 25 novembre, il giorno di azione e di lotta contro la violenza sulle donne, in cui ricordiamo anche le nostre amate sorelle miriabal della repubblica dominicana, in questa confluenza con la lotta politica contro la dittatura: sono state assassinate brutalmente per il loro carattere di donne irriverenti, che ovviamente davano molto fastidio al potere.

Su questa costruzione storica, e su questa accumulazione simbolica e politica del movimento delle donne, si inserisce la “convocatoria” del 3 giugno, che è emersa nel 2015, a partire dalla necessità di rendere visibili una serie di femminicidi brutali, che realmente hanno creato una sensibilizzazione fortissima a livello sociale, e a maggior ragione in quelle di noi che già dedicano un’attenzione particolare a queste situazioni, e che hanno dato luogo a una convocatoria massiva per il 3 giugno dell’anno scorso, davvero di una dimensione impressionante, impattante, che io credo che generò anche molte contraddizioni tra di noi. Così come la massività ha emozionato, e credo che abbiamo avuto la sensazione di un lavoro che dava un risultato, perché il fatto che siano scese in piazza centinaia di migliaia di persone contro la violenza e i femminicidi è il frutto di un lavoro di diverse decadi, allo stesso tempo ha abilitato certe persone, responsabili di molte di queste violenze, che hanno potuto mettersi dietro alla stessa bandiera in maniera molto ipocrita. In ogni caso credo che l’anno seguente, al 3 di giugno abbiamo dato una nuova prospettiva, abbiamo reso più profondo il nostro discorso e le nostre rivendicazioni, e le abbiamo riempite di un contenuto molto più femminista. È stata di nuovo massiva.

In questa costruzione del 3 di giugno, in questa parola d’ordine del “Non una di meno”, che ha attraversato il pianeta e che è stata ripresa in molti luoghi, dopo l’incontro nazionale delle donne di Rosario, di quest’anno, in cui siamo state circa 100 mila donne, e anche a partire dal femminicidio di una ragazza, Lucia, è nata la convocatoria dello sciopero delle donne, che per noi è molto importante a livello simbolico, perché quel che ha fatto è stato mettere in evidenza l’intersezione tra il nostro carattere di donne e di lavoratrici, e ha portato alla luce l’invisibilizzazione storica del lavoro delle donne, tanto dentro la casa come il lavoro retribuito e sottovalutato, in generale. Quindi questa rivendicazione come donne, ma anche come lesbiche, come trans e travestite, come lavoratrici invisibilizzate e violentate è per noi davvero molto importante, accompagnata anche da questa decisione di vestirci tutte di nero, che pure ha generato dubbi all’inizio, e che però ci ha permesso, durante tutto quel giorno, il 19 di novembre, di riconoscerci. Perché una prima di andare alla manifestazione o allo sciopero, andava a lavorare, a fare lezione, etc, e quando usciva in strada, incontrava un’altra vestita di nero, e si creava una complicità che non necessitava quasi di parole, però ci faceva riconoscere in questa protesta.

Ecco, questo credo sia stato molto forte: ci siamo sentite molto felici di come si è moltiplicato in diversi luoghi. Una settimana fa parlavo con una compagna colombiana, e anche loro si stanno mobilitando moltissimo contro i femminicidi, perché appena giorni fa hanno sofferto il femminicidio e l’abuso di una bambina di sette anni, Giuliana, e lei mi raccontava che in Colombia hanno reagito in qualche modo prendendo come riferimento il “Non una di meno” argentino, e di come rapidamente c’è stata molta reazione. Hanno riconosciuto in questa forma di risposta tanto di questo esempio che si è generato a partire dalla pratica argentina, ed è bello che tra diversi Paesi e tra sorelle e popoli possiamo condividere questa pratica, e anche questo è qualcosa di molto forte da condividere con voi.

In relazione a questo c’è una terza caratteristica che ha il femminismo latino-americano: noi diciamo che il nostro femminismo è antipatriarcale, ovviamente, ma deve anche definirsi anticapitalista e anche come anticoloniale. La nostra “via gialla” è segnata dalla ferita della conquista, che non fu solamente una conquista economica, ma anche la violazione del territorio e dei corpi delle donne, e in questa violazione brutale si generarono anche dominazioni nuove e nuove oppressioni. Per questo la nostra pratica femminista, nella nostra militanza, inevitabilmente deve essere legata anche alla nostra pratica anticapitalista e anche anticoloniale.

In questo senso noi donne, lesbiche, trans, travestite, abbiamo preso sui nostri corpi moltissime lotte, che oggi hanno a che fare in gran parte con le lotte contro l’estrattivismo, contro questo modello economico che in realtà di nuovo non ha nulla e che continua a cercare di estrarre la ricchezza dai beni comuni, anche a costo della vita umana e della vita in generale di questi territori, costringendo a spostarsi e cacciando intere comunità, popoli, di fronte ai quali quelle che si sono opposte e che hanno esposto i loro corpi sono state in primo luogo le contadine, le donne dei popoli originari, che sono uscite a difendere il loro territorio, i loro fiumi.

A questo proposito bisogna parlare oggi di Berta Caceres, che è stata assassinata il due di marzo per essere stata la referente della lotta contro la diga e la referente in consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. Berta ha esposto il suo corpo di fronte all’installazione di basi militari in Intibucá, nella sua zona, nella sua regione e per il suo popolo Lenka, ed è stata in prima linea con la sua presenza e il suo corpo per il suo popolo, e per questo ha perso la vita. Ieri ricordavamo in un programma radio che, se uccidendola speravano che l’avremmo dimenticata, hanno ottenuto l’effetto opposto, perché oggi molte più persone, in tutto il mondo, sanno chi era Berta Caceres, e se non lo sapete, cercatelo, perché vale la pena di conoscere la vita di questa splendida donna, e come lei ce ne sono molte altre.

Per chiudere, una riflessione che per me è vitale, e che è continuare a costruire in rete, e continuare a sostenere il “Non una di meno” in ogni angolo del mondo, con questa idea che, se toccano una, rispondiamo tutte, e crediamo che questo sia di importanza vitale. In questa sorellanza, in questo accompagnarci, sentirci, in questo unire i corpi l’una con l’altra, accumulando questa forza per resistere a tutte le nostre oppressioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appello a tutti i sindacati confederali, di base e autonomi: l’8 Marzo fermiamo il mondo per dire no alla violenza maschile sulle donne

Siamo le donne che hanno costruito la grande mobilitazione nazionale dello scorso 26-27 novembre che ha visto scendere in piazza più di duecentomila persone.

Con lo slogan Non Una di Meno ci siamo rimesse in marcia contro la violenza maschile sulle donne insieme a tutt* coloro che hanno riconosciuto questa lotta imprescindibile per la trasformazione radicale dell’esistente.

La manifestazione ha ribadito che la violenza è un problema strutturale delle nostre società e agisce in ogni ambito della nostra vita. Il femminicidio è la punta dell’iceberg, l’epilogo tragico di una catena di discorsi e atti, simbolici e concreti, che dalla casa al posto di lavoro, dalla scuola all’università, negli ospedali e sui giornali, nei tribunali e nello spazio pubblico tende ad annientarci.

Sappiamo come la violenza sulle donne si esprime in una molteplicità di agiti/piani: nella disparità salariale; nelle tante discriminazioni sui posti di lavoro, nei luoghi della formazione e della ricerca; nello sfruttamento del lavoro domestico e di cura, che sia svolto gratuitamente oppure in cambio di un salario, nella maggior parte dei casi da una donna migrante obbligata dal ricatto del permesso di soggiorno; nel ricatto della precarietà; nella privatizzazione della salute e dei servizi; nella negazione della libertà di scelta e dell’autodeterminazione, nella violenza ostetrica e medica, nell’obiezione di coscienza dilagante, nella squalificazione del nostro ruolo e della nostra dignità.

Ma siamo altrettanto consapevoli – e dobbiamo farlo capire a molti – del peso che le donne, più della metà della popolazione mondiale, hanno nei processi economici, sociali,culturali, produttivi e riproduttivi, e della forza di mobilitazione trasformativa che possono esprimere e stanno esprimendo in tutto il mondo.

Le giornate del 26 e 27 Novembre sono state solo l’inizio di un percorso di lotta, di elaborazione, di trasformazione, dunque, perché sentiamo fortemente il bisogno che tutto questo non rimanga sul piano esclusivamente simbolico.

Per questo abbiamo fatto nostro l’appello delle donne argentine alla costruzione di uno SCIOPERO INTERNZIONALE DELLE DONNE PER IL PROSSIMO 8 MARZO. Una giornata in cui rivendicare la nostra forza agendo la nostra sottrazione/astensione da ogni funzione produttiva e riproduttiva che ci riguardi.

Si tratta di una pratica già sperimentata in passato ma inedita nella sua dimensione internazionale, che prende spunto dagli scioperi delle donne argentine e polacche dei mesi scorsi. E’ una sfida che lanciamo per rimettere al centro, dopo il 26 e il 27 novembre, il protagonismo delle donne contro la violenza psicologica, fisica, sociale, economica, politica e culturale, perché “Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo”.

Chiediamo, quindi, a tutti i sindacati confederali, di base e autonomi, in particolare a tutti quelli che hanno aderito alle giornate del 26 e del 27 Novembre, di mettersi al servizio della mobilitazione delle donne e di indire lo sciopero generale per la giornata dell’8 Marzo 2017, essere strumento utile allo sciopero e non ostacolo all’adesione delle lavoratrici e di tutt* coloro intendano partecipare a questa nuova giornata di lotta per la nostra autodeterminazione.

Non Una Di Meno

8 MARZO 2017: SCIOPERO DELLE DONNE >> SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA CI FERMIAMO!

L’8 marzo è una giornata di lotta, non un’occasione per locali, ristoranti e fiorai di far girare l’economia. Prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici. Ricordiamo Il primo, quello delle camiciaie di New York nel 1909, poi lo sciopero e la rivolta delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo del 1917, perché senza donne non c’è rivoluzione possibile!

Niente fiori e cioccolatini, dunque: non abbiamo niente da festeggiare, abbiamo tutto da cambiare! Dopo le straordinarie giornate di mobilitazione che hanno visto milioni di donne nelle piazze di tutto il mondo, dalla Polonia, all’Italia, alla Germania, alla Turchia, dal Brasile all’Argentina, il prossimo 8 marzo sarà l’occasione per riprenderci questa giornata di lotta: sarà SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE. Lanciato dalle donne argentine, ha raccolto l’adesione di oltre 22 paesi al grido di “Se le nostre vite non valgono, non produciamo”. Differenti luoghi e contesti, analoga condizione di subalternità e violenza per le donne: NI UNA MENOS, allora, non una di meno in piazza, la chiamata rimbalza ai quattro angoli del pianeta: Uniamoci per continuare a lottare!

L’8 marzo sciopereremo anche in Italia. Una giornata in cui sperimentare/praticare forme di blocco della produzione e della riproduzione sociale, reinventando lo sciopero come vera e propria pratica femminista a partire dalle forme specifiche di violenza, discriminazione e sfruttamento che viviamo quotidianamente, 24 ore al giorno, in ogni ambito della vita, che sia pubblico o privato. Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada, … per questo il prossimo 8 marzo ci asterremo da ogni attività produttiva e riproduttiva che ci riguardi.

Sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi. Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto di chi ci uccide per “troppo amore”, di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti; di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà. Di chi scrive leggi sui nostri corpi; di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza. Di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo; Di chi ci offre stipendi comunque più bassi degli uomini a parità di mansioni, …

Dopo la grande manifestazione del 26 e l’assemblea partecipatissima del 27 novembre a Roma, ci riuniremo in un terzo appuntamento nazionale, il 4 e il 5 febbraio a Bologna, in cui riprenderemo la stesura del Piano femminista contro la violenza. Un piano scritto dal basso, dal vissuto delle donne, dall’esperienza dei centri antiviolenza femministi, dalle condizioni materiali e dalle necessità primarie per costruire concretamente percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Discuteremo delle forme e delle pratiche dello sciopero. Le forme tradizionali del lavoro e della lotta si combineranno con la trasformazione del lavoro contemporaneo – precario, intermittente, frammentato – e con il lavoro domestico e di cura, invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito. Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.

A cento anni dall’8 marzo 1917, torneremo in strada in tutto il mondo, a protestare e a scioperare contro la guerra che ogni giorno subiamo sui nostri corpi: la violenza, fisica, psicologica, culturale, economica. Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!

A COSA SERVE LO SCIOPERO:

Lo sciopero è in primo luogo una forma di lotta che si fonda sul blocco della produzione e sull’astensione dal lavoro con l’obiettivo di produrre un danno economico e di rendere tangibile il ruolo del lavoro nella produzione.

mutuiamo lo sciopero come pratica fondamentale per segnalare la nostra sottrazione da una società violenta nei confronti delle donne: per questo lo sciopero sarà articolato sulle 24 ore e riguarderà ogni nostra attività, produttiva e riproduttiva, ogni ambito, pubblico o privato, in cui discriminazione, sfruttamento e violenza su ognuna di noi si riaffermano. Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi. Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo.

Uno sciopero per ribaltare i rapporti di forza, per mettere al centro le nostre rivendicazioni, la necessità di trasformare relazioni, rapporti sociali e narrazioni. In casa, a scuola, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Uno sciopero che ha nel piano femminista antiviolenza la sua piattaforma e il suo programma di lotta e di trasformazione scritto dal basso.

COME SCIOPERARE L’8 MARZO:

non esiste una sola forma di sciopero da sperimentare l’8 marzo. Esistono condizioni di lavoro e di vita molto diverse. Lo sciopero coinvolgerà lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe. Indipendentemente dal nostro profilo, siamo coinvolte in molteplici attività produttive e riproduttive che sfruttano le nostre capacità e ribadiscono la nostra subalternità.

Per praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive, elenchiamo solo alcune possibilità: l’astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto, …

Lo sciopero si rivolge principalmente alle donne, ma ha più forza se innesca un supporto mutualistico con gli altri lavoratori, le reti relazionali e sociali, chi assume come prioritaria questa lotta. Vogliamo trovare soluzioni condivise e collettive come è avvenuto in Polonia in cui molti uomini, mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni, amici, hanno svolto un lavoro di supplenza nello svolgimento di attività normalmente svolte dalle donne.

Le assemblee cittadine di Non Una di Meno e i tavoli di lavoro tematici, territoriali e nazionali, saranno il luogo privilegiato in cui costruire e immaginare le forme dello sciopero a partire dalle vertenze, dalle specificità del territorio e dalle reti attivate, attraverso iniziative pubbliche di confronto e di approfondimento in avvicinamento all’8 marzo. Sarà comunque utile immaginare strumenti che facilitino lo scambio di idee e proposte, la costruzione di immaginario, utilizzando il blog e campagne social. L’assemblea nazionale del 4-5 febbraio a Bologna sarà l’occasione per definire e consolidare il piano politico e il coordinamento delle iniziative dell’8 marzo.

L’obiettivo è andare oltre l’evocazione e il simbolico e praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive da parte del maggiore numero possibile di persone.

Abbiamo fatto appello ai sindacati per la convocazione di uno sciopero generale per l’8 marzo così da permettere la possibilità di adesione al più ampio numero di lavoratrici dipendenti e a chi gode del diritto di scioperare.

Se sei precaria e non ti è garantito il diritto di scioperare, puoi chiedere un permesso (per esempio per andare a donare il sangue) e astenerti dal lavorare. Per chi lavora in nero o in modo saltuario si possono organizzare iniziative di sostegno materiale e casse di mutuo soccorso.

Grande ruolo potranno avere i centri antiviolenza in quella giornata organizzando iniziative e rilanciando il piano femminista contro la violenza a partire dall’esperienza e le competenze di chi opera in questo settore.

La pratica del picchetto può essere utilizzata per un doppio scopo: bloccare gli accessi per bloccare la produzione; praticare presidi di denuncia contro persone, narrazioni e comportamenti violente, svilenti e dannose per le donne (reparti a alta densità di obiettori di coscienza, luoghi di lavoro, testate giornalistiche, …) sul modello dell’escrache argentino.

Per consentire anche a chi non può scioperare in altro modo, rilanciamo cortei o manifestazioni, diurne o serali, in tutte le città per riprenderci la notte e lo spazio pubblico, per fare marea e conquistare visibilità pubblica e protagonismo in ogni città.

Non Una Di Meno – Roma

 

ASSEMBLEA NAZIONALE BOLOGNA 4-5 FEBBRAIO 2017

Dopo la favolosa manifestazione femminista nazionale “Non una di meno” del 26 novembre a Roma, autorganizzata in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, e dopo la partecipata e ricca discussione del 27 Novembre, ci incontreremo di nuovo a Bologna, il 4 e il 5 febbraio 2017, per continuare il lavoro dei tavoli tematici e la scrittura del piano nazionale femminista contro la violenza, e per condividere percorsi e pratiche verso lo sciopero globale delle donne dell’otto marzo.

L’incontro si svolgerà sabato 4 febbraio dalle 10 alle 18 e domenica 5 febbraio dalle 10 alle 17, presso le aule di Giurisprudenza in via Belmeloro 14 a Bologna.

Nella giornata del 4 febbraio si proseguirà con il lavoro degli 8 tavoli per la scrittura del PIANO FEMMINISTA CONTRO LA VIOLENZA. Tra tutti gli obiettivi e le proposte emerse, ogni tavolo identificherà un punto che possa essere inserito nel documento comune sullo sciopero dell’8 marzo. Stiamo predisponendo una piattaforma di scrittura condivisa on line per facilitare il fondamentale lavoro preparatorio che dovrà essere svolto dagli 8 tavoli da qui al 4 febbraio, vi aggiorneremo a breve.

Nella giornata del 5 febbraio dalle 10 alle 13,30 si continuerà a lavorare all’interno dei tavoli sulle pratiche e le modalità di sciopero dell’8 marzo, mentre dalle 14,30 alle 17 ci sarà la restituzione in plenaria dei report dei tavoli e la stesura del documento “8 punti per l’8 marzo” che costituirà la base di contenuto comune per le diverse mobilitazioni territoriali con cui l’Italia parteciperà allo SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE, appello che ha già raccolto l’adesione di oltre 22 Paesi e su cui diverse assemblee locali si stanno confrontando in questi giorni in tutta Italia.


Per le iscrizioni ai tavoli compilate il form a questo LINK prima possibile, e comunque entro la data del 27 gennaio; vi preghiamo di indicare nel modulo di iscrizione se avete bisogno di ospitalità perché stiamo organizzando una rete informale per ospitarvi, per chi preferisce alloggiare in ostello, QUI trovate già alcune strutture con cui abbiamo attivato una convenzione, vi consigliamo di prenotare il prima possibile.

Ci vediamo a Bologna!
#NonUnaDiMeno #SiamoMarea