Report tavolo “Percorsi di fuoriuscita dalla violenza” (assemblea nazionale 27nov Roma)

Il tavolo di lavoro su “Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e autonomia” ha visto la partecipazione di circa 70 donne con circa 30 interventi che sono entrati nel merito delle tracce di lavoro accennate nelle introduzioni e nei lavori preliminari di ragionamento. Nel tavolo erano presenti molti gruppi di donne e associazioni diverse e con diversa esperienza, tutte accomunate dal desiderio di scambiare pratiche e saperi accumulati nel lavoro quotidiano di contrasto alla violenza maschile e alle discriminazioni di genere, nell’attività di affermazione dei percorsi di autonomia e autodeterminazione delle donne.

Siamo partite dalle criticità che viviamo oggi, a fronte dei tentativi sempre più forti di neutralizzare e istituzionalizzare la lettura della violenza maschile sulle donne ed i percorsi di fuoriuscita dalla violenza. L’esempio negativo  dello svuotamento concreto e concettuale di uno spazio di elaborazione e trasmissione di pratiche è già rappresentato dai Consultori: nati dalla forza delle donne e sempre più stretti in ruoli “sanitarizzanti”.

Abbiamo deciso di discutere su tre temi principali, per non disperdere il tempo e cominciare a nominare le questioni che sappiamo essere invece più ampie e complesse.

Che cos’è un luogo di donne? Un centro antiviolenza, una casa rifugio, uno sportello di ascolto, uno spazio autogestito…

Dalla discussione è emerso in modo unanime che: devono essere luoghi dove lavorano solo donne, con un approccio femminista e laico, gestiti dalle donne e non dalle istituzioni. Sono luoghi di elaborazione politica che lavorano anche sulla formazione e prevenzione, che svolgono un ruolo di sensibilizzazione sul territorio e che agiscono strutturando un sistema complesso al cui centro c’è il vantaggio per la donna.

Molti degli interventi hanno sviluppato il tema del legame e della corrispondenza tra centralità della donna, centro antiviolenza e centralità di quest’ultimo all’interno delle reti territoriali. In quest’ottica è stato riconosciuto come necessario e prioritario lavorare per contaminare la cultura dei servizi attivando un processo di cambiamento nei territori.

Quello che ci differenzia dagli altri servizi è il rispetto dell’autodeterminazione della donna e quindi della sua volontà e autonomia. Per questo, nel rispetto dei desideri e delle scelte di ognuna, non prescriviamo percorsi o denunce obbligatorie, ma assecondiamo tempi, bisogni e codici valoriali di ognuna.

In linea con questo si è ribadita l’inadeguatezza dello strumento del cosiddetto Codice Rosa, fermo restando il riconoscimento di percorsi di accompagnamento e sostegno alle donne che si rivolgono al Pronto Soccorso basati sulle pratiche femministe.

Il secondo punto affrontato è stato il ruolo dell’operatrice e la mancanza di un suo riconoscimento come figura tra i profili professionali.

Un punto di convergenza emerso è che al di là delle diverse professioni di appartenenza, il saper essere e saper fare delle operatrici si impara nei luoghi delle donne. Il ruolo delle operatrici antiviolenza è un intreccio tra competenza professionale ed impegno politico.

Si segnalano poi due punti problematici: il rischio dell’istituzionalizzazione della figura professionale e l’individuazione dei soggetti formatori. Chi forma le operatrici antiviolenza?

Data la complessità della discussione siamo tutte concordi sulla necessità di approfondirla nei prossimi incontri che a breve verranno convocati.

Dalla rete femminista di Torino è stato costruito un esperimento di qualifica professionale che viene messo a disposizione come base su cui ragionare per successivi passaggi di analisi.

Il terzo punto trattato è stato quello dei percorsi di fuoriuscita.

Si è ribadita la specificità dell’approccio femminista e della relazione tra donne, che non impone tempi, step standardizzati né modelli a cui aderire; ma con una co-progettazione individualizzata, accompagna la donna nel percorso che sta scegliendo.

A fronte della crisi che ci attraversa, dello smantellamento totale del welfare, in assenza di politiche strutturali del lavoro e dell’abitare, di sostegno al reddito, si è sottolineata la necessità di porre l’attenzione ai bisogni materiali e all’indipendenza economica. Si è ragionato sui tempi di permanenza nei cav e sui passaggi di uscita che necessariamente devono prevedere tempi più lunghi o maggiori possibilità in uscita (case semiautonomia, contributi economici all’affitto ecc ).

Per motivi di tempo non siamo riuscite ad entrare nel merito di quelli che per noi sono i passaggi di un percorso complessivo reale, che affronteremo più approfonditamente nei prossimi incontri, con particolare attenzione all’ambito del sostegno alla genitorialità, alla tutela dei minori, agli incontri protetti, al nulla osta per la frequenza scolastica, ai percorsi di orientamento al lavoro ed alla formazione.

Alcuni interventi hanno richiamato l’attenzione su ulteriori temi da affrontare:

– discriminazioni multiple e disabilità.

– violenza nelle relazioni lesbiche.

In conclusione, le proposte emerse sono:

  1. Partire dalla narrazione delle nostre pratiche, come queste si sono consolidate nel tempo e quali esperienze territoriali si sono rivelate positive e riproducibili
  2. Per contrastare il business sulla violenza è stata proposta la stesura di un comunicato di protesta a firma Non Una Di Meno che denunci la graduatoria del “Dipartimento Pari Opportunità relativa all’avviso pubblico per il sostegno ai centri antiviolenza” che penalizza alcuni centri antiviolenza a vantaggio di reti ed enti che non hanno esperienze e competenze relativamente alla violenza sulle donne.
  3. Continuiamoci a parlare in rete attraverso lo strumento di una mailing list del tavolo fino al prossimo incontro che proponiamo che si svolga in una città diversa da Roma a Febbraio.
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