Report tavolo “Educazione e formazione” (assemblea nazionale 27nov Roma)

Il tavolo di lavoro sul tema dell’educazione e della formazione ha visto la partecipazione di moltissime, tra soggettività organizzate e singole, che hanno portato importanti contributi e analisi, ancora tutti da sistematizzare, ma certamente utili alla costituzione di una prima base da cui partire per la redazione di un futuro piano femminista per il contrasto alla violenza maschile sulle donne, scopo ultimo del percorso avviatosi con l’assemblea nazionale dello scorso 8 ottobre.

Una cinquantina di interventi hanno messo a fuoco da prospettive differenti i nodi tematici centrali per il ripensamento radicale delle politiche educative attuali, in modo che vengano definitivamente espunte e superate le discriminazioni di genere, razza e classe, che permeano l’intero sistema educativo e formativo del nostro paese, dai nidi alle università.

Centrale nella discussione è stato l’approccio, condiviso da tutte, del partire da sé. L’esperienza diretta di studentesse universitarie, docenti di ogni ordine e grado, educatrici e formatrici, donne di associazioni femministe, lgbtqi, di supporto alle disabilità, che lavorano con migranti (anche di seconda generazione), che da anni intervengono nelle scuole, ci ha consentito di affrontare la discussione con una ricchezza di sguardi e prospettive impossibile da riassumere in poche righe. Questo report vuole fissare i nodi centrali della discussione ma non ha alcuna pretesa di esaustività o completezza. La marea, infatti, è impossibile da ordinare.

Punto di partenza condiviso nell’introduzione e ripreso da tutti gli interventi è che la prevenzione alla violenza di genere nelle scuole passa per un’educazione alle differenze da non intendere come una disciplina specifica da aggiungere ai curricula delle nostre scuole e università, magari da svolgere in un’ora e una volta alla settimana. I suoi contenuti non possono essere definiti a porte chiuse nelle stanze del MIUR con l’ausilio degli esperti di turno. L‘educazione alle differenze è una pratica, è una prospettiva sul mondo, è uno sguardo trasversale a tutte le discipline, e può essere agita con modalità e metodologie differenti a seconda dei casi e può avvalersi di una molteplicità di strumenti di volta in volta differenti, tarati su contesti specifici. Concepire l’educazione alle differenze da questa prospettiva ha reso evidente l’urgenza di partire dalla formazione delle/dei docenti.

Altro punto di partenza condiviso dagli interventi è il riconoscimento della criticità del quadro attuale nel quale ci muoviamo. La legge 107/15, nota come Buona Scuola, ha infatti inferto un colpo mortale al nostro sistema educativo che già versava in condizioni critiche. Troppi sono infatti gli aspetti peggiorativi di questa riforma che cela, dietro i concetti chiave di innovazione (la scuola 2.0, ad esempio) e autonomia scolastica (possibilità per ogni scuola di adattare la propria offerta formativa ai bisogni reali del territorio), una visione della scuola assolutamente antidemocratica, in cui non v’è spazio per alcuna forma di progettualità didattica ed educativa che sia veramente autonoma e non stabilita dall’alto e ratificata dai Dirigenti Scolastici. L’autonomia scolastica, come è noto, si sostanzia nella figura del preside manager che, a seconda dei propri orientamenti, determina il Piano dell’Offerta Formativa, decide quali associazioni esterne coinvolgere nelle attività scolastiche e può addirittura selezionare il personale docente a suo piacimento. L’individuazione e l’eliminazione dei ‘docenti contrastivi’, possibile grazie all’istituzione degli albi territoriali, la premiazione dei ‘meritevoli’ e l’esautorazione degli organi collegiali, sono solo alcuni dei dispositivi di disciplinamento sociale che prendono corpo tra le pareti delle aule scolastiche che non garantiscono la stabilità lavorativa dei docenti, la continuità didattica, la collegialità, l’interdisciplinarietà e l’orizzontalità necessarie perché la scuola sia davvero un luogo di produzione di soggettività critiche e condivisione di saperi.

È ora dunque di riprendersi la scuola, di rimettere al centro le vite e le esperienze di coloro che la animano, di produrre un nuovo ordine del discorso! Un discorso reale che sappia valorizzare le differenze che la vivono: le diverse abilità, le differenze di genere, di provenienza e di orientamento sessuale.

La Buona Scuola, come molte insegnanti hanno rimarcato, propone una formazione docenti obbligatoria assolutamente inadatta allo sviluppo di progettualità efficaci in materia di prevenzione della violenza di genere, della mediazione e gestione dei conflitti e di percorsi di educazione alle differenze. Una formazione imposta dall’alto, standardizzata, uguale per tutte e tutti, incentrata su temi stabiliti a monte dal Ministero, gestita da ‘scuole polo’ su territori piuttosto estesi e affidata con appalti a ribasso a enti privati interessati ad accaparrarsi i fondi stanziati, non è né la formazione che vogliamo, né che ci serve.

Per educare davvero alle differenze è innanzitutto necessario che le e i docenti lavorino su sé stesse/i alla decostruzione degli stereotipi che loro stesse/i hanno interiorizzato e che, spesso inconsapevolmente, riportano nella relazione educativa. Questo faticoso lavoro può nascere solo dal confronto e dalla relazione tra colleghe e colleghi in sinergia con specialiste e specialisti che hanno maturato competenze specifiche in merito e, deve essere permanente, deve cioè accompagnare e supportare l’insegnante per tutto il tempo della sua vita lavorativa.

Ampliando la prospettiva, la gran parte degli interventi ha sottolineato come l’educazione alle differenze debba necessariamente iscriversi in un cambiamento strutturale e radicale della cultura, dell’educazione e della pedagogia vigenti e preveda la decostruzione del maschile universale che ha costruito il mondo finora, interpretandone l’unico canone, l’unico modello possibile. Questo stravolgimento passa attraverso il superamento della prospettiva binaria e gerarchica del pensiero e della conoscenza che ha prodotto in primo luogo il dominio maschile sulle donne e l’eteronormatività, secondo cui al mondo esisterebbero solo i due generi maschile e femminile; aspetti fondamentali del cambiamento riguardano la reinvenzione della lingua e l’assunzione di un approccio intersezionale, come forma di resistenza all’altezza dei meccanismi di controllo e sfruttamento contemporanei.

Molti sono i nodi tematici emersi dalla discussione: è stata sottolineata, ad esempio, l’opportunità di introdurre l’educazione sessuale nei curricula delle scuole dell’obbligo, come peraltro già avviene in altri paesi europei, come strumento utile per restituire al corpo sessuato l’attenzione dovutagli e per distinguere la sessualità dall’educazione all’affettività, ambiguo contenitore istituzionalizzato dalla riforma Moratti e usato oggi come dispositivo di controllo sociale diffuso, al centro peraltro della polemica ‘antigender’ aizzata dalle correnti cattoliche più oltranziste molto presenti nelle nostre scuole. 

Alcuni interventi hanno inoltre fatto notare come le stesse campagne contro il bullismo nelle scuole assumano spesso connotati neutrali, quasi si avesse paura a nominare le differenze di genere, razza, classe e orientamento sessuale che connotano l’oppressione, riconducendola a un indistinto e generico ‘clima di intolleranza’.

Sono state portate all’attenzione dell’assemblea anche la questione degli spazi scolastici e degli strumenti didattici più diffusi, come ad esempio i libri di testo. Insufficienti e gerarchizzati i primi, inadeguati nella forma e nei contenuti i secondi, riteniamo che una didattica che metta al centro la pratica della relazione debba usufruire di luoghi e mezzi tutti da reinventare.

Fondamentali inoltre, sono stati gli interventi delle studentesse universitarie che hanno messo in evidenza come i processi di formazione e produzione di soggettività proseguano all’interno dell’università pubblica, istituzione sempre più ‘maschilizzata’ che svolge un ruolo fondamentale nelle dinamiche di ristrutturazione neoliberale della società. Le università, riorganizzate come entità finanziarie e gestite in nome di logiche di mercato escludenti, sono oggi luoghi d’estrazione diretta di capitale umano, addestrato a competere in un mondo del lavoro che si fa sempre più intermittente e sottopagato.

Le trasformazioni che hanno attraversato l’università pubblica italiana negli ultimi dieci anni hanno portato alla creazione di una ‘forza lavoro neo-servile‘, disponibile alla precarietà più sfrenata e adattabile al mercato del lavoro contemporaneo. Laddove dunque sarebbe vitale valorizzare la qualità del sapere e della ricerca attraverso pratiche di scambio e cooperazione, assistiamo invece al dispiegarsi della retorica del merito e dei suoi conseguenti metodi di valutazione utilizzati, per l’appunto, come strumenti d’esclusione e stratificazione sociale, che selezionano secondo criteri di concorrenza, produttività, efficienza, competitività, eccellenza. Il merito diventa così funzionale alla divaricazione sociale e di classe e la valutazione il dispositivo attraverso cui esso agisce concretamente. In tal senso è evidente che il concetto di meritocrazia si pone in netta contrapposizione con i valori che il corpo vivo che anima l’università vorrebbe consolidati negli spazi che anima e abita.

Più volte si è fatto riferimento alla totale assenza dei dipartimenti di ‘Studi di genere’ nelle università italiane, diffusi ovunque nel resto d’Europa e oltreoceano.  Sebbene si ritenga che essi non costituiscano la panacea del sapere femminista nell’Accademia, ma che anzi vengano spesso e volentieri assorbiti in toto dai sistemi di potere vigenti, resta centrale la questione relativa alle modalità di costruzione di luoghi di ‘alta formazione’ cui far riferimento per la diffusione di culture e  pratiche femministe anche in un’ottica di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per dare battaglia anche con tali strumenti all’avanzata dell’oscurantismo antigender nella società tutta. E’ stato ribadito ancora una volta che il sapere femminista non è circoscrivibile ad una disciplina, ma si tratta piuttosto di un metodo critico, di un approccio che, in quanto tale, consente l’attraversamento di tutti i campi del sapere e del vivere. A questo proposito, diversi interventi hanno sottolineato quanto sia necessaria la formazione continua a partire dalla pratica della relazione, di tutte quelle figure professionali che si interfacciano, nel corso della loro vita professionale, con le donne vittime di violenza.

L’educazione alle differenze, così come la concepiamo, è qualcosa di molto più complesso e articolato di quanto potrà mai essere contenuto nelle linee guida che la ministra Giannini ha promesso di elaborare in merito (facciamo riferimento alle linee attuative del comma 16 art. 1 legge 107/2015, volutamente depotenziate e ancora non diffuse) e per l’elaborazione delle quali, sappiamo, si è avvalsa dell’aiuto, tra gli altri, di un’importante parte di mondo cattolico.

Pensiamo che l’educazione alle differenze non possa che prendere avvio dalle esperienze situate e dai saperi di tutte e tutti coloro che operano nella formazione e nell’educazione in contrasto alla violenza di genere da una prospettiva femminista. L’esperienza e le competenze specifiche di ognuna e di ognuno di noi (docenti, studentesse e studenti, ricercatori e ricercatrici, educatori ed educatrici, formatori e formatrici, associazioni femministe, operatrici dei centri antiviolenza) sono fondamentali per costruire un approccio globale e condiviso e per determinare interventi che siano davvero efficaci in materia di educazione alle differenze e contrasto della violenza di genere.

Riteniamo pertanto che la formazione su tali questioni debba essere concepita in maniera strutturale, sistemica e uniforme su tutto il territorio, che debba essere obbligatoria e retribuita e debba includere tutti i soggetti che agiscono all’interno del sistema della formazione e dell’educazione, compresi i precari.

Pensiamo inoltre che la pratica dell’autoformazione agita dal basso possa determinare uno scarto e produrre azioni diffuse in grado di permeare tutta la società. E’ per questo che proponiamo la costruzione di giornate di autoformazione che coinvolgano le università e le scuole di ogni ordine e grado, organizzate da docenti e studentesse insieme alle altre soggettività che hanno animato il tavolo e che da anni lavorano sull’educazione alle differenze (centri anti violenza, associazioni, genitori). Giornate di autoformazione come momenti utili  alla costruzione di un lessico e di metodologie condivisi, una ‘cassetta degli attrezzi’ da utilizzare per smontare l’ordine del discorso vigente, per attaccare dall’interno, come un virus, l’impalcatura già scricchiolante della Buona Scuola, una legge che ci vuole sempre più subalterne e precarie, sempre meno attive e protagoniste nei nostri luoghi di lavoro e formazione, che neutralizza il potenziale di ognuna di noi, che ci taglia fuori dai luoghi della decisione, che  ci sottrae spazi di relazione e di confronto.

Dunque, riteniamo che l’autoformazione debba essere riconosciuta e messa a valore, poiché costituisce la base per avviare una riflessione condivisa che porti alla scrittura di un piano femminista contro la violenza di genere.

Consapevoli che il percorso che abbiamo davanti non passi solo per l’elaborazione di un discorso, ma viva e si animi anche delle mobilitazioni delle donne, proponiamo l’adesione allo sciopero internazionale delle donne lanciato durante le manifestazioni argentine: una giornata di sciopero globale delle donne, ‘una giornata senza di noi’, per bloccare ovunque il lavoro produttivo e riproduttivo delle donne, le cui forme di vita e di lavoro sono ormai diventate il paradigma dei modi di sfruttamento contemporanei. La costruzione dello sciopero dovrà attraversare tutti i luoghi della formazione e articolarsi attraverso una campagna comunicativa che veicoli i contenuti emersi in questa ricchissima due giorni.

 

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