Una rete internazionale contro la violenza sulle donne: il 26 novembre il futuro scende in piazza

tratto da La Repubblica

di Sara Ficocelli

Solo in italia 7 milioni di donne hanno subìto, nel corso della vita, una qualche forma di maltrattamento, il 33% della popolazione totale in Europa. Abbiamo intervistato la responsabile dello sportello antiviolenza “Una stanza tutta per sé“, parte della rete Io Decido, una delle tre realtà promotrici della manifestazione nazionale del 26 novembre contro la violenza di genere

di SARA FICOCELLI

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25 novembre 2016

ROMA – Oltre cento donne in Italia ogni anno vengono uccise da uomini, e ai femminicidi si aggiungono violenze di ogni altro tipo: sono migliaia nel nostro Paese le donne aggredite, picchiate, perseguitate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della vita hanno subìto una qualche forma di abuso. Oggi si celebra nel mondo la Giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita dall’Onu e celebrata il 25 novembre di ogni anno. Tra le tante iniziative, di particolare rilievo la manifestazione di sabato a Roma “Non una di meno”. Abbiamo intervistato le operatrici dello sportello antiviolenza “Una stanza tutta per sé“, che fa parte della rete Io Decido, una delle tre realtà promotrici corteo. Il nome della onlus è un omaggio a Virginia Woolf: nel famoso saggio da cui è tratto il nome la scrittrice pone come necessario, oltre al denaro, uno spazio fisico, ma anche mentale, di autonomia, ed è proprio questo il punto di partenza che domani porterà migliaia di donne in piazza, e dopodomani a discutere di futuro all’assemblea nazionale.

Il corteo e l’assemblea nazionale. “La giornata contro la violenza maschile e maschilista – spiega Sara Picchi, dello sportello antiviolenza “Una stanza tutta per sé” – in realtà è una chiamata internazionale, poiché la data del 25 novembre nasce in latinoamerica durante un incontro fra donne provenienti da tutto il mondo e sarà questo lo spirito del corteo del 26 novembre, di cui la rete Io Decido è una delle tre reti promotrici. Sappiamo che solo in italia quasi 7 milioni di donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, in Europa queste rappresentano il 33% della popolazione femminile totale. Le novità che hanno preceduto la scandenza del 25 novembre quest’anno sono state le manifestazioni oceaniche in Argentina, in Messico, in Polonia e Honchoing. In Italia con le manifestazioni del 26 e 27 novembre vogliamo metterci in contatto e in connessione con queste esperienze internazionali, perché espressione di un ritrovato protagonismo delle donne”.

Un percorso internazionale. Dopo tanti anni in cui le diverse realtà femministe si erano concentrate nei loro singoli percorsi e territori, c’è dunque oggi la volontà di ritrovarsi insieme e riconoscersi per iniziare un percorso propositivo e costituente. Quello che le associazioni organizzatrici del corteo propongono è la stesura dal basso di “un piano femminista contro la violenza sulle donne”. “Il corteo del 26 novembre – continua l’operatrice –  è solo l’inizio di un percorso che continuerà il 27, in una giornata di discussione in cui affronteremo a vari livelli il problema della violenza di genere: l’incontro sarà determinate per confrontarsi e conoscere cosa sta succedendo nel nostro Paese”.

Una violenza che aggredisce la vita. La proposta di un piano femminista scritto dal basso è un elemento di assoluta novità perché è espressione – spiega Picchi – dell’ambizione e dell’autorevolezza del movimento delle donne. “Vogliamo un documento che aspiri a raccogliere tutte le definizioni, le pratiche e le metodologie contro la violenza di genere che il movimento delle donne ha accumulato fino ad ora. Una violenza che è articolata in una molteplicità di forme e aggredisce tutti i campi dell’esistente, dal lavoro alla salute sessuale e riproduttiva, passando per la formazione e la narrazione mediatica che da sempre utilizza strumentalmente i corpi delle donne. Una proposta che per noi costituisce un punto irrinunciabile”, spiegano le organizzatrici.

La chiusura dei centri antiviolenza. In tutto ciò, come si sta comportando il Governo italiano? Pochi giorni fa è stato sgomberato il centro antiviolenza di Lecce “Renata Fonte”, accusato di essere abusivo, e a giugno sono stati chiusi centri antiviolenza a Roma (Sos donna h24), Napoli (Casa Fiorinda, unico rifugio per donne maltrattate nel capoluogo campano), Palermo (le Onde, ora solo sportello telefonico). E sono ancora numerosissimi i centri antiviolenza, gli sportelli d’ascolto e gli spazi per le donne che rischiano di chiudere i battenti perché nati sotto la spinta di collettivi e gruppi autogestiti, senza nessun sovvenzionamento, ma riutilizzando spazi abbandonati. Gli ultimi finanziamenti introdotti con la legge 119 dal Governo Letta sono stati ulteriormente rinforzati nel biennio 2014 – 2015 dall’attuale Governo, ma questo sforzi non bastano.

Il problema dei fondi. “Le istituzioni – spiega ancora Picchi – tutte creano molta confusione sul tema della violenza di genere perché ne promuovono una visione “neutra” molto pericolosa e perché la affrontano solo in ottica emergenziale. I fondi, oltre a essere pochi e sempre meno, sono spesso accompagnati da criteri di assegnazioni non chiari, e questo nel tempo ha prodotto due effetti: il primo è stato quello di accreditare anche associazioni e/o enti che non avevano avuto alcuna esperienza o credibilità nel lavorare sulla violenza di genere o, nei casi più  estremi, anche realtà che promuovono una visione assolutamente sbagliata e deleteria, come il caso dello sportello aperto a Massa e gestito da ForzaNuova. Il secondo effetto riguarda la rintracciabilità dei finanziamenti: ad oggi non riusciamo a sapere quanti soldi sono stati spesi, da chi e per cosa. Quindi quello che pensiamo è che l’atteggiamento degli ultimi Governi per contrastare la violenza di genere in senso stretto siano stato solo un goffo tentativo di “metterci una pezza”. Tutto ciò avviene in un contesto di pesanti tagli al welfare e di riforme su scuola e sanità che hanno progressivamente impoverito e precarizzato le donne. Interventi che non favoriscono di certo il contrasto alla violenza sulle donne, ma che rendono i percorsi di fuoriuscita più vulnerabili”.

La mancanza di sinergia tra servizi territoriali. Le istituzioni in Italia non sembrano insomma essere all’altezza delle sfide poste da contrasto e prevenzione della violenza di genere e, ad oggi, non esiste un’indicazione istituzionale continuativa e coerente che interpreti la violenza di genere come problema strutturale. “Se le istituzioni continuano ad affrontare la violenza solo come aspetto penale e di sicurezza – precisa l’operatrice – rimanendo su un piano d’azione superficiale e continuando a negare o a depotenziare azioni che affrontino la violenza nelle sue varie declinazioni, vuol dire che non vogliono incidere in maniera sostanziale e effettiva su questo probelma. Quello che osserviamo è che non si favorisce un lavoro sinergico con i servizi territoriali, perché i Cav rischiano di cambiare in continuazione. L’esternalizzazione e l’accreditamento delle strutture attraverso i bandi, spesso su tempi molto brevi, non permette a chi lavora da tempo sul territorio e crea dei rapporti di fiducia con le donne di proseguire un lavoro lungo. L’uscita dalla violenza prevede dei tempi lenti, non può essere sottoposta a continui cambiamenti di chi gestisce i centri”. Le istituzioni, spiegano le operatrici, nel corso del tempo si sono posizionate in maniera neutra rispetto alla violenza di genere, senza riconoscere che questa è il prodotto di una oppressione storica degli uomini sulle donne, che ha una sua specificità e che agisce su più livelli. “Dovrebbero per una volta mettersi in una posizione di ascolto verso ciò che le donne dicono ormai da anni, fare un passo indietro lasciando che le protagoniste di queste giornate  el 26 e 27 novembre siano solo le donne stesse, di cui tanto si parla ma con cui spesso nessuno parla”.

Il ministero alle pari opportunità. Nel frattempo, il ministero alle pari opportunità è ancora senza dicastero e, secondo le operatrici, anche questo denota quanto nel nostro ordinamento venga presa in considerazione la pari opportunità tra i generi e non solo. “Durante questa legislatura – aggiunge Picchi – il fatto che non sia stato nominato un ministro o una ministra che prenda in carico la questione non fa che confermare questa ipotesi. A fronte di numerose carenze sul piano legislativo e ancor più su quello attuativo, che il ministero per le pari opportunità sia semplicemente delegato a Maria Elena Boschi, evidentemente più impegnata sul piano delle riforme istituzionali, da tempo sbandierate come le più importanti dalla redazione della Costituzione a oggi, ci fa capire quale sia la priorità dell’esecutivo di fronte al problema del femminicidio, della violenza di genere e della sua prevenzione”.

I centri di recupero per maltrattanti. Giornali autorevoli hanno pubblicato servizi parlando della violenza compiuta dalle donne sugli uomini: che differenza c’è tra queste due forme di violenza? “L’ago della bilancia – conclude Picchi – è rappresentato dal contesto in cui la violenza si esplica. Viviamo in una società sessista, che ci descrive l’uomo come leader, cacciatore e capofamiglia, mentre la donna è demandata al nucleo familiare, alla cura e all’abnegazione per amore sin dalla più tenera età. Lo stesso contesto che porta il maschio ferito a denigrare la donna e a toglierle le reti amicali, la stima di sé e persino la vita, rende gli uomini che vivono situazioni familiari pesanti poco propensi a parlarne con altre persone e ad uscire dalla situazione di violenza stessa poiché verrebbe vista come una loro debolezza e una mancata risposta all’identità sociale richiestagli”. I centri antiviolenza seguono solo le donne perché, nella modalità di lavoro sviluppata negli anni, si sono individuati dei pattern standard, riassunti nella spirale della violenza, che portano gli uomini ad agire violenza sulle donne a compiere sempre gli stessi atti. Proprio in tale spirale si legge quanto la violenza sulle donne sia strutturale, uguale a se stessa, un “prodotto sociale”. “Per i maschi andrebbe forse fatto un lavoro simile, un lavoro che metta in discussione, però, i loro stessi privilegi, e che parta dalla loro esperienza. Vi sono alcuni gruppi che lavorano sul tema, come Maschile Plurale, storico collettivo di uomini che si interroga sul patriarcato, o il Gentlemen’s club, nato di recente”.

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