I centri antiviolenza in Italia sono continuamente a rischio chiusura

tratto da Vice News

di Cristiana Bedei

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e quest’anno sembrano essersi mossi davvero tutti: le istituzioni, le scuole, le università, gli ospedali. Persino alcuni istituti bancari, come la Banca Alpi Marittime, hanno collaborato all’organizzazione di un mini-corso di autodifesa nella provincia di Cuneo.

Tutti in prima linea, con iniziative diverse. Tutti a parlarne, come si fa ogni volta dopo l’ennesimo, scioccante femminicidio: come quello di Sara Di Pierantonio, la ventiduenne romana bruciata viva dal fidanzato lo scorso maggio; o l’ultimo, quello di Anna Manuguerra, assassinata dal marito con 23 coltellate pochi giorni fa, in Sicilia.

Tutti indignati, giustamente. Tuttavia i centri antiviolenza, gli sportelli di ascolto e le case rifugio di tutta Italia – ossia gli snodi fondamentali della lotta sul campo alla violenza maschile sulle donne – continuano a chiudere per mancanza di fondi e risorse.

Il sistema pubblico di bandi e convenzioni non riesce a garantire stabilità, ed è difficile tracciarne una mappa chiara, come documentato già lo scorso anno dal progetto DonneCheContano.

“[Date come quella del 25 novembre], come spesso accade quando si tratta di problemi e diritti, vengono trasformate dalle istituzioni in date rituali, passerelle. Ma di fatto è solo un momento di visibilità, e il giorno dopo si continua a fare quello che si faceva il giorno prima,” commenta Simona Ammerata, operatrice della Casa delle donne autogestita Lucha y Siesta di Cinecittà.

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Proprio a Roma la situazione è critica. Durante l’estate si è scongiurata la chiusura di centri storici come quello comunale intitolato alle vittime del Circeo, Donatella Colasanti e Maria Rosaria Lopez, la Casa internazionale dei diritti umani delle donne del Telefono Rosa e il Giardino dei Ciliegi del CeIS. Per lo sportello comunale Sos Donna H24, invece, non c’è stato niente da fare.

“[Il 26 giugno] ha chiuso un servizio fondamentale, l’Sos 24, che aveva la possibilità di rispondere telefonicamente e, per esempio, andare ad accompagnare le donne a fare le denunce direttamente alla polizia. Anche di notte, quando c’è una concentrazione maggiore della violenza,” racconta Ammerata.

Lucha y Siesta, il centro dove lavora, si fonda completamente sulla disponibilità e la generosità delle volontarie che lo gestiscono. In otto anni, ha dato alloggio a circa 100 donne e ne ha sostenute 800, in diversi percorsi di fuoriuscita dal disagio.

“Ci autofinanziamo,” chiarisce. Insieme alle altre operatrici, organizzano iniziative culturali – l’ultima, un workshop sul fumetto – volte a sensibilizzare e a raccogliere fondi, ma aggiunge: “Non è sufficiente, è assolutamente insufficiente. Noi ci rendiamo conto che non possiamo garantire tutta una serie di [servizi] che dovrebbero essere invece garantiti. Come il supporto psicologico, ad esempio.”

Ma la mancanza di fondi non minaccia soltanto realtà autogestite e fondate sul lavoro di volontarie. Negli ultimi giorni, in Sardegna, si attende l’erogazione di alcuni contributi regionali relativi al 2014 a diversi centri antiviolenza.

“[Senza finanziamenti certi e continui,] non c’è la possibilità di una reale programmazione a sostegno delle donne,” denuncia Luisanna Porcu, responsabile dell’associazione Onda Rosadi Nuoro, attiva dal 1998. Qui, si accolgono in media 330 donne l’anno, e la casa rifugio ne ospita 40, insieme a 35 minori.

“I finanziamenti vengono dati a singhiozzo e sono certamente insufficienti,” aggiunge. Inoltre, sorgono spesso problemi burocratici che impediscono di sfruttare le eventuali risorse disponibili in modo adeguato. Al momento, ad esempio, non è ancora arrivata la delibera regionale per stabilire le somme per il 2016.

“Abbiamo già speso e anticipato per il 2016, ma non sappiamo ancora quanti soldi avremo. E il 2016 sta finendo,” spiega Porcu. Questo significa che alcune associazioni rischiano di non recuperare i soldi già spesi, mentre altre hanno interrotto diversi servizi per paura di non avere fondi sufficienti.

Per rispondere a questi gravi problemi di continuità, centri antiviolenza in tutto il paese chiedono di rivedere l’approccio istituzionale alla violenza sulle donne, che si rispecchia nel piano straordinario d’azione ora in vigore.

“Bisogna considerare [la violenza sulle donne] come un problema strutturale della società e non come un’emergenza. L’emergenza ha un inizio e una fine. Se noi la consideriamo come un problema strutturale, invece, tutte le politiche devono essere indirizzate in questo senso,” sottolinea Porcu.

E cambierebbe anche la politica dei finanziamenti. Partendo da una reale mappatura dei centri antiviolenza che ne riconosca la natura, gli obiettivi e la pratica politica – un tentativo è stato avviato per la prima volta lo scorso giugno – sarebbe possibile smantellare un sistema che procede principalmente per progetti a discrezione delle regioni, e riconoscere invece contributi regolari e continui a modelli di accoglienza efficaci.

“Il problema è di tipo politico-culturale. La società è stata costruita dagli uomini per gli uomini. A noi donne è stato dato un ruolo, e se non lo rispettiamo veniamo punite,” prosegue Porcu. “Se affrontiamo la violenza in questi termini possiamo veramente contrastarla e prevenirla, se la affrontiamo come una malattia, come una patologia dell’uomo violento, come una patologia della relazione, non arriveremo a niente. Spenderemo un sacco di soldi senza arrivare a niente.”

Onda Rosa fa parte dell’associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che dal 2008 raccoglie 77 centri su tutto il territorio nazionale con almeno cinque anni di esperienza, che adottano la metodologia riconosciuta anche dalla rete europea contro la violenza sulle donne (WAVE).

“Si tratta di una metodologia che proviene dal movimento politico della donne, è un approccio di genere in cui ci sono donne che lavorano con altre donne per la libertà femminile,” spiega Ersilia Raffaelli, consigliera D.i.Re per la Toscana e presidente della Casa delle donne di Viareggio.

“Noi consideriamo il nostro come un lavoro politico per il cambiamento culturale della società.” La violenza, ribadisce, è un fenomeno strutturale e trasversale che necessita di politiche istituzionali legate al sociale, all’educazione e all’economia.

“Nonostante sia ancora nascosta per il 90-93 per cento, sta emergendo e le donne arrivano sempre di più a chiedere aiuto,” continua Raffaelli. “Ma bisogna che ci sia un’attrezzatura valida, riconosciuta e qualificata. E la nostra qualificazione è la metodologia che prevede che ci siano donne formate che accolgano altre donne.”

Dal 2001, nel piccolo centro di Viareggio ne sono state accolte più di 1.500, e si punta ad aprire in sede anche una casa rifugio. Ma offrire servizi sempre più competenti comporta dei costi. “Ci sono operatrici volontarie e operatrici professioniste che devono essere pagate,” spiega.

E la mancanza di risorse lascia tante donne a rischio. Secondo le raccomandazioni dell’Unione Europea, in Italia dovrebbero esserci 5.700 posti letto. Ce ne sono soltanto 500, secondo i dati riportati da D.i.Re.

La grande manifestazione nazionale Non una di meno prevista a Roma per sabato 26 novembre pone sul piatto tutte queste necessità, e lancia la sfida ambiziosa di avviare la stesura di un piano d’intervento nazionale “dal basso,” ovvero nato e guidato proprio dall’esperienza dei centri antiviolenza, delle case rifugio e delle associazioni femministe.

“È necessario lavorare a una governance diversa, in cui i centri giocano un ruolo determinante,” sostiene Raffaelli.

Ma se proseguire il dibattito e la collaborazione con le istituzioni è giusto e necessario, non significa che i centri vogliano essere istituzionalizzati.

Come spiega, c’è la volontà di preservare la libertà di programmare autonomamente e di gestire i rapporti con le donne che vi si rivolgono in maniera individualizzata e assolutamente riservata, in un rapporto di scambio volto ad affrontare la violenza in un’ottica di genere.

“Insomma, si parla di diritti umani, di reato – la Convenzione di Istanbul, diventata legge nel nostro paese nel 2013, lo dice chiaramente – e ci devono essere finanziamenti adeguati da parte delle istituzioni,” conclude Raffaelli.

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