COMUNICATO STAMPA

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Non una di meno

Roma 26 novembre 2016

“Oggi si parla di una donna uccisa ogni 3 giorni, ma in realtà non sappiamo cosa succede veramente. Non abbiamo dati dei pronto soccorso, non abbiamo dati completi dalle forze dell’ordine, non abbiamo dati sui processi e sulle condanne, non abbiamo dati dai servizi territoriali, dalle assistenti sociali dei comuni, non abbiamo dati di quanto le/gli insegnanti vedono a scuola, abbiamo solo i dati (neanche tutti) dei centri antiviolenza, due ricerche Istat in 15 anni”: così ha esordito Vittoria Tola dell’Udi nella conferenza stampa che si è tenuta ieri per presentare la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne che si terrà a Roma il 26 novembre. Nella sala Walter Tobagi, presso la Federazione nazionale della stampa italiana, si sono succeduti gli interventi delle tre realtà promotrici dell’iniziativa: D.i.Re., Udi e Io Decido. La Conferenza non ha solo lanciato ufficialmente la manifestazione ma l’inizio di un percorso che ha come scopo la scrittura di un Piano antiviolenza nazionale femminista a cui si inizierà a lavorare già a partire dal giorno seguente, il 27 novembre, in un’assemblea plenaria che si terrà a Roma. “Nel piano antiviolenza proposto dalle istituzioni c’è un rischio di standardizzazione degli interventi che equipara i centri antiviolenza, creati dalle donne, al servizio pubblico”, spiega immediatamente in apertura Titti Carrano presidente di D.i.Re, “Nel piano straordinario contro la violenza il ruolo dei Centri Antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni previste e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale con un’unica visione di “normalizzare” e neutralizzare la violenza o collocarla in interventi socio assistenziali o socio sanitari. I Centri Antiviolenza non sono solo luoghi dell’accoglienza, in cui la relazione tra donne nutre la metodologia utilizzata per fare emergere e riconoscere la dimensione della violenza. Sono luoghi in cui si costruiscono saperi, progettualità, competenze. Sono il motore di cambiamento di una cultura che ancora genera e giustifica la violenza maschile contro le donne”.

Noi vogliamo avviare un percorso per costruire dal basso un piano femminista contro la violenza che non sia straordinario e che risponda effettivamente ai bisogni delle donne”. È infatti stato sottolineato fin dal principio di questa iniziativa, condivisa da migliaia di realtà differenti in tutta Italia, che la violenza sulle donne non è qualcosa di straordinario, non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale di una società patriarcale. Se nel discorso pubblico la violenza maschile sulle donne è ormai sempre più presente, anche perché il numero dei femminicidi non lascia altra scelta, un reale cambiamento non è ancora iniziato. Lo dimostra in modo chiaro, come sottolineato con forza da Tola, la mancanza di una rilevazione dei dati sistematica, integrata e omogenea, in materia di violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale. Così come non ci sono dati sulla violenza alle donne migranti, profughe e rifugiate politiche né quelli sulle violenze subite dalle donne trafficate per sfruttamento sessuale e lavorativo, per le gravidanze forzate o i matrimoni precoci. Per fare fronte a questa situazione è nato il percorso politico che vede nella manifestazione nazionale solo un primo appuntamento, “perché non siamo più disposte a perdere in alcuna parte del mondo nessuna donna, per mano di un uomo o a causa dell’obiezione di coscienza o per qualsiasi altra forma di violenza”, spiega Tatiana Montella della rete Io Decido. La chiamata della rete organizzatrice Non una di Meno ha avuto pronta risposta nelle grandi città e nei piccoli centri, nelle università, nei luoghi di lavoro, ovunque le donne hanno iniziato a organizzarsi e a riflettere sulle proprie condizioni. Il Piano femminista contro la violenza perciò si propone di raccogliere e valorizzare “la ricchezza che le donne producono localmente nei centri istituzionali, autogestiti, nelle associazioni e nei gruppi femministi per costruire un piano che metta a valore finalmente le definizioni, le metodologie, le pratiche avanzate esistenti. Pensiamo di aver raggiunto un grado di autorevolezza e consapevolezza tale da poter mettere per iscritto questa accumulazione di sapere e pratiche”, dice Simona Ammerata della rete Io Decido.

Un lavoro collettivo che rappresenta una assoluta novità perché a differenza dei percorsi istituzionali che tendono a vittimizzare le donne si concentrerà sugli strumenti che rafforzano i percorsi di libertà e di autodeterminazione delle donne. Intanto, ricorda infine Montella “ mentre in tutta Italia, tantissime donne hanno sacrificato giornate di lavoro, relazioni, socialità, per costruire questo percorso, i centri antiviolenza venivano sgomberati, ultimo il centro antiviolenza di Lecce, Renata Fonte, accusato di essere abusivo mentre atroci femminicidi scandivano comunque le nostre giornate”. La rete Non una di Meno auspica che ciò che verrà raccontato della manifestazione di sabato sia la storia di un movimento femminista nato dal basso, antisessista, antirazzista e antifascista; a tal fine si chiede di manifestare senza rappresentanze e simboli istituzionali, di partito e sindacali. Per lasciare spazio a chi spesso non ha voce, alle donne che da più di trent’anni combattono nei centri antiviolenza resistendo ai continui attacchi di chi vorrebbe neutralizzarli, a chi in questi mesi si è messa al lavoro per la riuscita di questo percorso.

Contatti

Sito web: http://www.nonunadimeno.wordpress.com

Pagina Facebook: Non una di meno

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