Per una manifestazione di rabbia erotica

tratto da Effimera
di Carlotta Cossutta

“Nessuna donna ha la responsabilità di cambiare la psiche al suo oppressore, neppure quando questa psiche si incarna in un’altra donna. Io ho succhiato il capezzolo della lupa della rabbia e mi è servito di illuminazione, risata, protezione, fuoco in luoghi dove non c’era luce, né cibo, né sorelle, né riparo. Non siamo dee né matriarche né templi di divino perdono; non siamo il dito puntato del giudizio né strumenti di flagellazione; siamo donne, sempre costrette a far ricorso al nostro potere di donne. […] Noi usiamo tutte le forze per cui abbiamo lottato, compresa la rabbia, per contribuire a definire e modellare un mondo dove tutte le nostre sorelle possano crescere, dove i nostri figli possano amare, e dove il potere di toccare e incontrare la differenza e la meraviglia di un’altra donna alla fine supererà il bisogno di distruzione”[1].

Questa citazione di Audre Lorde contiene molti degli elementi che raccontano l’immagine che io ho in testa  della manifestazione Non una di meno del 26 novembre, formata da un collage di altre piazze attraversate o viste, vissute o sentite nei racconti di altre. Una manifestazione necessaria non solo per il terribile bollettino di guerra al quale assistiamo ogni giorno, tra donne uccise, picchiate, discriminate, ma anche per il desiderio, forte, di molte donne (e di tutti i soggetti femminilizzati) di abitare lo spazio pubblico, di mostrarsi e di costruire momenti che siano già una forma di liberazione. Una manifestazione che, forse, può sconfiggere lo scetticismo verso le grandi manifestazioni nazionali grazie alla possibilità di mettere in scena uno spaccato di futuro possibile, creando uno spazio politico in cui ritrovarsi. Per provare a raccontarlo mi servirò delle parole di Audre Lorde e di Carla Lonzi, in un incontro forse straniante, anche per riconoscere una genealogia, una storia, pronta costantemente a rinnovarsi facendosi forte delle proprie radici.

E allora il primo suggerimento che trovo in Audre Lorde e che continua a risuonare dentro di me è quello di riconoscere la propria rabbia e darle valore. La costruzione della femminilità, infatti, passa ancora dall’idea che si debba essere accoglienti, concilianti, mediatrici (e quanto questo ci viene richiesto anche dal mercato del lavoro) e la rabbia delle donne finisce ancora troppo spesso per essere associata alla follia. Ma la rabbia è anche potenza, spinta creatrice se viene condivisa e riconosciuta nelle altre e in se stesse.

Rabbia che ci permette di uscire dalla dicotomia tra essere “templi del divino perdono” o “strumenti di flagellazione”, rabbia che ci permette di vedere lucidamente le oppressioni che subiamo, ogni giorno in forme diverse, e che diventa una forza per lottare, insieme. Sapendo che non abbiamo la responsabilità di cambiare la psiche al nostro oppressore, liberandoci da ogni pulsione crocerossina, per accogliere l’opportunità di cambiare noi stesse, alla ricerca della nostra potenza: “il nostro potere di immaginare e ricostruire, penosamente, rabbia su rabbia, faticosamente, pietra su pietra, un futuro di differenza feconda e una terra che sostenga le nostre scelte”[2].

Il percorso che si inaugurerà il 26 novembre sarà sicuramente faticoso, ma può trovare forza, come già sta facendo, non solo nella rabbia, ma anche nell’idea di tendere a un “futuro di differenza feconda”. Attraversare le strade di Roma insieme può essere un primo momento per guardare le donne di fianco a sé e scoprirle diverse e fare di quella diversità una ricchezza, ancora una volta una dimensione potente e sovversiva. Solo guardando le differenze fra di noi, riconoscendo i privilegi diversi che incarniamo (e può essere doloroso), possiamo osservare anche le diverse forme di oppressione e immaginare modi diversi per combatterle. Non si tratta, qui, di parcellizzare e atomizzare le lotte, ma di osservare la molteplicità di forme in cui si può essere donna (o non esserlo) e scoprirla come un altro modo per uscire dalle strette maglie della supposta Natura femminile, che ci fa tutte uguali, tutte ugualmente definite dallo sguardo maschile, che si finge neutro.

Differenze che già agiscono all’interno dei movimenti femministi e che danno vita a modi di stare in piazza in cui possiamo essere in grado di mettere in pratica lo slogan “il personale è politico”. Portiamo in piazza, infatti, le nostre vite, intere, con tutte le loro contraddizioni e proviamo a tessere fili con le altre, a trasformare la rabbia in lotta e in gioia. Potremmo dire, sempre con Audre Lorde, che arriveremo alla manifestazione con un desiderio erotico di esserci.

“L’erotico si colloca tra l’inizio del nostro senso di sé e il caos del nostro sentire più profondo. È un senso di soddisfazione interiore al quale, una volta sperimentato, sappiamo di poter aspirare. […] Questo è uno dei motivi per cui l’erotico è tanto temuto, e quando è riconosciuto viene così spesso relegato alla sola camera da letto. Perché una volta che cominciamo a sentire profondamente tutti gli aspetti della nostra vita, cominciamo a richiedere a noi stesse a al nostro agire nella vita di ritrovarsi in accordo con quella gioia di cui ci sappiamo capaci. La nostra conoscenza erotica ci rende potenti”[3].

L’erotico, quindi, è un desiderio potente che ci connette con noi stesse e che può essere uno tra i primi antidoti, in maniera quasi paradossale, alla violenza maschile sulle donne. Immaginare un mondo in cui tutte possano dare spazio alla propria conoscenza erotica, alla pienezza della propria gioia possibile, significa anche immaginare un mondo in cui a nessuna venga chiesto di sacrificarsi in nome della famiglia o di una concezione totalizzante dell’amore. Dare spazio all’erotico apre alla possibilità di trovare potenza e non essere solo, sempre, definite come soggetti vulnerabili.

E questa apertura all’erotico avviene in un doppio movimento, quasi simultaneo, di scoperta di sé e delle altre: “sono diversi i modi in cui l’erotico funziona per me, e il primo consiste nel fornire il potere che viene dalla condivisione profonda di qualunque attività con un’altra persona”[4]. La manifestazione del 26, in questo senso, sarà una manifestazione erotica perché piena di condivisione profonda. Sarà un momento in cui dare valore politico alle nostre perdite, ai lutti che sentiamo sulla nostra pelle, ma allo stesso tempo sarà un modo per ribadire che #nonunadimeno, come ci insegnano le lotte sudamericane, significa anche #vivasnosqueremos, che ci vogliamo vive e felici e che non accetteremo nulla di meno.

“Riconoscere il potere dell’erotico all’interno delle nostre vite può darci l’energia per intraprendere il cambiamento autentico dentro il nostro mondo, invece che accontentarci di uno scambio delle parti nella stessa logora commedia”[5]. Lottare contro la violenza maschile con una prospettiva erotica, infatti, vuol dire non limitarsi a chiedere maggiori tutele e finanziamenti più cospicui (e fondamentali), ma anche sovvertire le regole di una società patriarcale, sessista ed eteronormativa (e lo dice meglio di me l’appello per uno spezzone transfemminista queer). Una società capace di proporre solo un gioco delle parti che non mina le fondamenta delle forme di oppressione e discriminazione, ma le riproduce in forma più soffusa, apparentemente più accettabile, spesso nascoste dalla retorica dell’amore e della coppia come destino.

In questo senso possiamo dire, con Carla Lonzi, che “l’imprevisto del mondo non è la rivoluzione sessuale maschile […] ma la rottura del modello sessuale pene-vagina. In questo imprevisto sta il possibile scioglimento dei nodi insolubili creati dalla cultura patriarcale che ha soggiogato la donna nella sacralità del rapporto emotivo superiore-inferiore”[6]. Non si tratta, così, di chiedere che gli uomini “rispettino” le donne, ma di decostruire il binarismo di genere, trovare la potenza di spezzare questa dicotomia con una risata e con rabbia erotica. E questo non per sminuire la specificità della violenza maschile sulle donne, ma perché stare nell’erotico significa essere radicali, andare alla radice di questa violenza matrice di molte altre.

Ancora una volta, l’ultima per questo pezzo, Audre Lorde ci offre uno sguardo utile, anche perché nutrito dal sapere situato delle donne che escono dai canoni, a volte persino da quelli necessari ad essere riconosciute pienamente come vittime (basti pensare al trattamento che ricevono le sex worker uccise):

“Quelle di noi che sono al di fuori di ciò che questa società definisce accettabile; quelle di noi che sono state forgiate nei crogioli della differenza – quelle di noi che sono povere, che sono lesbiche, che sono Nere, che sono anziane – sanno che la sopravvivenza non è un’abilità accademica. Significa imparare a resistere da sole, a essere sgradite e a volte insultate, e a fare causa comune con le altre che sono al di fuori delle strutture, allo scopo di definire e ricercare un mondo nel quale tutte noi possiamo vivere al meglio. Significa imparare a prendere le nostre differenze e farne delle forze. Perché gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Ci possono permettere di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci metteranno mai in condizione di attuare un vero cambiamento. E questo fatto è una minaccia solo per quelle donne che ancora definiscono la casa del padrone come la loro unica fonte di sostegno”[7].

La manifestazione del 26, spero, ci troverà pronte a ricordarci che l’unico modo per non avere paura è lottare, cominciare o continuare a farlo, con gli strumenti che riconosceremo come nostri a partire dalla nostra rabbia, dal nostro lutto e dalla nostra potenza erotica. Saremo forti perché insieme, sicure perché capaci di riconoscere nei volti di chi ci sfila accanto una differenza che ci dia la forza di non sentirci sole e di non aver bisogno di nascondere nessuna parte di noi per trovare alleate, compagne, con cui costruire insieme non solo un futuro diverso, ma anche un presente, già in atto, di favolosa resistenza.

NOTE

[1] Audre Lorde, Gli usi della rabbia: le donne rispondono al razzismo, in Sorella Outsider, Milano, Il dito e la luna, 2014, p. 211.

[2] Ivi, p. 212.

[3] Audre Lorde, Gli usi dell’erotico: l’erotico come potere, in Sorella Outsider, cit. pp. 129-132.

[4] Ivi, p. 131.

[5] Ivi, p. 134.

[6] Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, in Sputiamo su Hegel e altri scritti, Milano, et al., 2010, p. 113.

[7] Audre Lorde, Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone, in Sorella Outsider, cit., p. 189.

Immagine in apertura: Libere-Free: Demonstration against violence vs women, Roma, 24-11-07 – Contro la violenza sulle donne, Roma, 24.11.2007 – Foto di Eugenio da a Flickr!

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