#NonUnaDiMeno: the unexpected force of an international feminist movement

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The 25th of November – the international day to stop male violence against women – is usually no more than an empty institutional day, used by politicians to sanctify the victimization and impotence of women. This year in Italy, a country that sees the number of instances of femicide growing year after year, this day has been re-signified by a huge self-organised demonstration.

The demo was called under the slogan #NonUnaDiMeno (Not one less), to recall directly the Argentinian demonstrations #NiUnaMenos, and to stand in solidarity with all women in the world that are fighting everyday against discrimination, violence, and for their self-determination, from Poland to Turkey, from Island to Chile…

This demonstration and the following assembly were called through a fruitful encounter between different female and feminist realities, collectives, networks, and many single persons from all over Italy. Promoters of the event were: the network Io Decido (I decide), D.i.Re, and UDI.

The metropolitan network Io Decido of Rome in the last three years has mobilized against austerity measures cutting on hospital and health care, for the access to abortion and contraceptives, and for reproductive and sexual rights for all. D.i.Re – Women Network Against Violence – is the Italian network for 77 non-Institutional Anti-violence centers, managed by women’s associations.

UDI – Union Women in Italy – was born after the female experience of the anti-fascist Resistance, with many local and territorial groups it has been a main actor in the struggle for fundamental rights for women.

In a country that is being narrated as the new turning point in the rising of right-wing populism in Europe, this demonstration has been a real dislocation. No one was expecting so many people to gather in Rome, in a completely self-organised way. Not even those who launched the demo! It was demonstration launched by women and open to all subjectivities that are fighting against violence and all other forms of discriminations, especially transfeminist and lgbtqi. It was a day against all forms of violence that we live in our life, of which femicide is only the last and extreme representation. As we can read in the call of the demo: violence is the austerity measures that are cutting on welfare, health care, education, and social policies; violence is reforming the labour market towards more and more casualization, as in the Italian Job Act; violence is doctors in Italy that are still permitted to raise a moral exception against abortion; violence has many forms, and we have to recognize them all to fight against them, as the thousands of banners and signs were pointing out during the demonstration.

Although Italian media spectacularize the death of women on a regular basis  (one woman is killed every three days), almost none gave any news about a demonstration of almost 200.000 women against this very violence.

This incredible force was evident also the day after in the national assembly, where more than one thousand of women gathered to write a feminist plan against violence. The workshops were: law and justice; labour and welfare; education as a tool against violence; migrant feminism; sexism in social movements; sexual and reproductive rights; narration and media; routes against violence. For hours, more than one thousand of people of different generations discussed how to give a continuation to this common process. In the overall discussion violence has been recognized as a structural problem, which is being condemned only by words, but not tackled with policies, funds, facts, and real transformations. Austerity policies, labour reforms, and the dismantling of the education system, health care and anti-violence centres, are undermining the autonomy and self-determination of women, augmenting social, cultural and sexual discriminations.

Following the Argentinian women, the Italian assembly has called for a strike on the 8th March 2017. The organization of this strike and the territorial articulation of the feminist plan against violence will be discussed in the next national assembly on the 4th and 5th of February.

The 26th and 27th November in Rome can be a starting point of a new feminist movement: We are the forces of this transformation, and we have to continue to build it together. From Argentina to Italy… and everywhere else women are struggling, and get organized for their self-determination.

#NonUnaDiMeno

Perché i telegiornali oscurano la manifestazione delle donne?

Ieri a Roma una manifestazione di almeno 200 mila persone condotta dalle donne, potente e bella come una marea, ha detto all’opinione pubblica di questo Paese che la violenza maschile deve finire perché rovina e spegne le nostre vite, e che le femministe hanno la competenza, il metodo e l’esperienza per sapere quali misure adottare e quali interventi. Oggi discuteremo in migliaia alla Università di Roma un piano d’azione nazionale femminista contro la violenza maschile che sia utile ed efficace. Quando sarà pronto chiederemo con tutte le nostre forze che venga adottato.

Ma nelle edizioni della sera i maggiori telegiornali hanno fatto scomparire la notizia.

Il TgUno, che appena il 25 novembre condannava la violenza sulle donne, ieri sera ha intervistato solo la Ministra Boschi e poi, come per caso, è stata data la notizia che migliaia di donne avevano sfilato a Roma per dire no alla violenza.

RaiDue ha mostrato un papà con un bambino sullo sfondo del Colosseo e della manifestazione, sembrava una festa per famiglie.

La7 non si è accorta di niente.

E allora si pone un problema di democrazia e rispetto delle leggi.

Non accettiamo più che i governi non agiscano da subito per contrastare il femminicidio, che si chiudano i Centri Antiviolenza, che non si faccia prevenzione, educazione, formazione. Volete un’altra manifestazione, più grande? Noi abbiamo le ragioni urgenti, l’energia e la rabbia per farla.

Non Una Di Meno

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Una rete internazionale contro la violenza sulle donne: il 26 novembre il futuro scende in piazza

tratto da La Repubblica

di Sara Ficocelli

Solo in italia 7 milioni di donne hanno subìto, nel corso della vita, una qualche forma di maltrattamento, il 33% della popolazione totale in Europa. Abbiamo intervistato la responsabile dello sportello antiviolenza “Una stanza tutta per sé“, parte della rete Io Decido, una delle tre realtà promotrici della manifestazione nazionale del 26 novembre contro la violenza di genere

di SARA FICOCELLI

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25 novembre 2016

ROMA – Oltre cento donne in Italia ogni anno vengono uccise da uomini, e ai femminicidi si aggiungono violenze di ogni altro tipo: sono migliaia nel nostro Paese le donne aggredite, picchiate, perseguitate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della vita hanno subìto una qualche forma di abuso. Oggi si celebra nel mondo la Giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita dall’Onu e celebrata il 25 novembre di ogni anno. Tra le tante iniziative, di particolare rilievo la manifestazione di sabato a Roma “Non una di meno”. Abbiamo intervistato le operatrici dello sportello antiviolenza “Una stanza tutta per sé“, che fa parte della rete Io Decido, una delle tre realtà promotrici corteo. Il nome della onlus è un omaggio a Virginia Woolf: nel famoso saggio da cui è tratto il nome la scrittrice pone come necessario, oltre al denaro, uno spazio fisico, ma anche mentale, di autonomia, ed è proprio questo il punto di partenza che domani porterà migliaia di donne in piazza, e dopodomani a discutere di futuro all’assemblea nazionale.

Il corteo e l’assemblea nazionale. “La giornata contro la violenza maschile e maschilista – spiega Sara Picchi, dello sportello antiviolenza “Una stanza tutta per sé” – in realtà è una chiamata internazionale, poiché la data del 25 novembre nasce in latinoamerica durante un incontro fra donne provenienti da tutto il mondo e sarà questo lo spirito del corteo del 26 novembre, di cui la rete Io Decido è una delle tre reti promotrici. Sappiamo che solo in italia quasi 7 milioni di donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, in Europa queste rappresentano il 33% della popolazione femminile totale. Le novità che hanno preceduto la scandenza del 25 novembre quest’anno sono state le manifestazioni oceaniche in Argentina, in Messico, in Polonia e Honchoing. In Italia con le manifestazioni del 26 e 27 novembre vogliamo metterci in contatto e in connessione con queste esperienze internazionali, perché espressione di un ritrovato protagonismo delle donne”.

Un percorso internazionale. Dopo tanti anni in cui le diverse realtà femministe si erano concentrate nei loro singoli percorsi e territori, c’è dunque oggi la volontà di ritrovarsi insieme e riconoscersi per iniziare un percorso propositivo e costituente. Quello che le associazioni organizzatrici del corteo propongono è la stesura dal basso di “un piano femminista contro la violenza sulle donne”. “Il corteo del 26 novembre – continua l’operatrice –  è solo l’inizio di un percorso che continuerà il 27, in una giornata di discussione in cui affronteremo a vari livelli il problema della violenza di genere: l’incontro sarà determinate per confrontarsi e conoscere cosa sta succedendo nel nostro Paese”.

Una violenza che aggredisce la vita. La proposta di un piano femminista scritto dal basso è un elemento di assoluta novità perché è espressione – spiega Picchi – dell’ambizione e dell’autorevolezza del movimento delle donne. “Vogliamo un documento che aspiri a raccogliere tutte le definizioni, le pratiche e le metodologie contro la violenza di genere che il movimento delle donne ha accumulato fino ad ora. Una violenza che è articolata in una molteplicità di forme e aggredisce tutti i campi dell’esistente, dal lavoro alla salute sessuale e riproduttiva, passando per la formazione e la narrazione mediatica che da sempre utilizza strumentalmente i corpi delle donne. Una proposta che per noi costituisce un punto irrinunciabile”, spiegano le organizzatrici.

La chiusura dei centri antiviolenza. In tutto ciò, come si sta comportando il Governo italiano? Pochi giorni fa è stato sgomberato il centro antiviolenza di Lecce “Renata Fonte”, accusato di essere abusivo, e a giugno sono stati chiusi centri antiviolenza a Roma (Sos donna h24), Napoli (Casa Fiorinda, unico rifugio per donne maltrattate nel capoluogo campano), Palermo (le Onde, ora solo sportello telefonico). E sono ancora numerosissimi i centri antiviolenza, gli sportelli d’ascolto e gli spazi per le donne che rischiano di chiudere i battenti perché nati sotto la spinta di collettivi e gruppi autogestiti, senza nessun sovvenzionamento, ma riutilizzando spazi abbandonati. Gli ultimi finanziamenti introdotti con la legge 119 dal Governo Letta sono stati ulteriormente rinforzati nel biennio 2014 – 2015 dall’attuale Governo, ma questo sforzi non bastano.

Il problema dei fondi. “Le istituzioni – spiega ancora Picchi – tutte creano molta confusione sul tema della violenza di genere perché ne promuovono una visione “neutra” molto pericolosa e perché la affrontano solo in ottica emergenziale. I fondi, oltre a essere pochi e sempre meno, sono spesso accompagnati da criteri di assegnazioni non chiari, e questo nel tempo ha prodotto due effetti: il primo è stato quello di accreditare anche associazioni e/o enti che non avevano avuto alcuna esperienza o credibilità nel lavorare sulla violenza di genere o, nei casi più  estremi, anche realtà che promuovono una visione assolutamente sbagliata e deleteria, come il caso dello sportello aperto a Massa e gestito da ForzaNuova. Il secondo effetto riguarda la rintracciabilità dei finanziamenti: ad oggi non riusciamo a sapere quanti soldi sono stati spesi, da chi e per cosa. Quindi quello che pensiamo è che l’atteggiamento degli ultimi Governi per contrastare la violenza di genere in senso stretto siano stato solo un goffo tentativo di “metterci una pezza”. Tutto ciò avviene in un contesto di pesanti tagli al welfare e di riforme su scuola e sanità che hanno progressivamente impoverito e precarizzato le donne. Interventi che non favoriscono di certo il contrasto alla violenza sulle donne, ma che rendono i percorsi di fuoriuscita più vulnerabili”.

La mancanza di sinergia tra servizi territoriali. Le istituzioni in Italia non sembrano insomma essere all’altezza delle sfide poste da contrasto e prevenzione della violenza di genere e, ad oggi, non esiste un’indicazione istituzionale continuativa e coerente che interpreti la violenza di genere come problema strutturale. “Se le istituzioni continuano ad affrontare la violenza solo come aspetto penale e di sicurezza – precisa l’operatrice – rimanendo su un piano d’azione superficiale e continuando a negare o a depotenziare azioni che affrontino la violenza nelle sue varie declinazioni, vuol dire che non vogliono incidere in maniera sostanziale e effettiva su questo probelma. Quello che osserviamo è che non si favorisce un lavoro sinergico con i servizi territoriali, perché i Cav rischiano di cambiare in continuazione. L’esternalizzazione e l’accreditamento delle strutture attraverso i bandi, spesso su tempi molto brevi, non permette a chi lavora da tempo sul territorio e crea dei rapporti di fiducia con le donne di proseguire un lavoro lungo. L’uscita dalla violenza prevede dei tempi lenti, non può essere sottoposta a continui cambiamenti di chi gestisce i centri”. Le istituzioni, spiegano le operatrici, nel corso del tempo si sono posizionate in maniera neutra rispetto alla violenza di genere, senza riconoscere che questa è il prodotto di una oppressione storica degli uomini sulle donne, che ha una sua specificità e che agisce su più livelli. “Dovrebbero per una volta mettersi in una posizione di ascolto verso ciò che le donne dicono ormai da anni, fare un passo indietro lasciando che le protagoniste di queste giornate  el 26 e 27 novembre siano solo le donne stesse, di cui tanto si parla ma con cui spesso nessuno parla”.

Il ministero alle pari opportunità. Nel frattempo, il ministero alle pari opportunità è ancora senza dicastero e, secondo le operatrici, anche questo denota quanto nel nostro ordinamento venga presa in considerazione la pari opportunità tra i generi e non solo. “Durante questa legislatura – aggiunge Picchi – il fatto che non sia stato nominato un ministro o una ministra che prenda in carico la questione non fa che confermare questa ipotesi. A fronte di numerose carenze sul piano legislativo e ancor più su quello attuativo, che il ministero per le pari opportunità sia semplicemente delegato a Maria Elena Boschi, evidentemente più impegnata sul piano delle riforme istituzionali, da tempo sbandierate come le più importanti dalla redazione della Costituzione a oggi, ci fa capire quale sia la priorità dell’esecutivo di fronte al problema del femminicidio, della violenza di genere e della sua prevenzione”.

I centri di recupero per maltrattanti. Giornali autorevoli hanno pubblicato servizi parlando della violenza compiuta dalle donne sugli uomini: che differenza c’è tra queste due forme di violenza? “L’ago della bilancia – conclude Picchi – è rappresentato dal contesto in cui la violenza si esplica. Viviamo in una società sessista, che ci descrive l’uomo come leader, cacciatore e capofamiglia, mentre la donna è demandata al nucleo familiare, alla cura e all’abnegazione per amore sin dalla più tenera età. Lo stesso contesto che porta il maschio ferito a denigrare la donna e a toglierle le reti amicali, la stima di sé e persino la vita, rende gli uomini che vivono situazioni familiari pesanti poco propensi a parlarne con altre persone e ad uscire dalla situazione di violenza stessa poiché verrebbe vista come una loro debolezza e una mancata risposta all’identità sociale richiestagli”. I centri antiviolenza seguono solo le donne perché, nella modalità di lavoro sviluppata negli anni, si sono individuati dei pattern standard, riassunti nella spirale della violenza, che portano gli uomini ad agire violenza sulle donne a compiere sempre gli stessi atti. Proprio in tale spirale si legge quanto la violenza sulle donne sia strutturale, uguale a se stessa, un “prodotto sociale”. “Per i maschi andrebbe forse fatto un lavoro simile, un lavoro che metta in discussione, però, i loro stessi privilegi, e che parta dalla loro esperienza. Vi sono alcuni gruppi che lavorano sul tema, come Maschile Plurale, storico collettivo di uomini che si interroga sul patriarcato, o il Gentlemen’s club, nato di recente”.

I centri antiviolenza in Italia sono continuamente a rischio chiusura

tratto da Vice News

di Cristiana Bedei

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e quest’anno sembrano essersi mossi davvero tutti: le istituzioni, le scuole, le università, gli ospedali. Persino alcuni istituti bancari, come la Banca Alpi Marittime, hanno collaborato all’organizzazione di un mini-corso di autodifesa nella provincia di Cuneo.

Tutti in prima linea, con iniziative diverse. Tutti a parlarne, come si fa ogni volta dopo l’ennesimo, scioccante femminicidio: come quello di Sara Di Pierantonio, la ventiduenne romana bruciata viva dal fidanzato lo scorso maggio; o l’ultimo, quello di Anna Manuguerra, assassinata dal marito con 23 coltellate pochi giorni fa, in Sicilia.

Tutti indignati, giustamente. Tuttavia i centri antiviolenza, gli sportelli di ascolto e le case rifugio di tutta Italia – ossia gli snodi fondamentali della lotta sul campo alla violenza maschile sulle donne – continuano a chiudere per mancanza di fondi e risorse.

Il sistema pubblico di bandi e convenzioni non riesce a garantire stabilità, ed è difficile tracciarne una mappa chiara, come documentato già lo scorso anno dal progetto DonneCheContano.

“[Date come quella del 25 novembre], come spesso accade quando si tratta di problemi e diritti, vengono trasformate dalle istituzioni in date rituali, passerelle. Ma di fatto è solo un momento di visibilità, e il giorno dopo si continua a fare quello che si faceva il giorno prima,” commenta Simona Ammerata, operatrice della Casa delle donne autogestita Lucha y Siesta di Cinecittà.

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Proprio a Roma la situazione è critica. Durante l’estate si è scongiurata la chiusura di centri storici come quello comunale intitolato alle vittime del Circeo, Donatella Colasanti e Maria Rosaria Lopez, la Casa internazionale dei diritti umani delle donne del Telefono Rosa e il Giardino dei Ciliegi del CeIS. Per lo sportello comunale Sos Donna H24, invece, non c’è stato niente da fare.

“[Il 26 giugno] ha chiuso un servizio fondamentale, l’Sos 24, che aveva la possibilità di rispondere telefonicamente e, per esempio, andare ad accompagnare le donne a fare le denunce direttamente alla polizia. Anche di notte, quando c’è una concentrazione maggiore della violenza,” racconta Ammerata.

Lucha y Siesta, il centro dove lavora, si fonda completamente sulla disponibilità e la generosità delle volontarie che lo gestiscono. In otto anni, ha dato alloggio a circa 100 donne e ne ha sostenute 800, in diversi percorsi di fuoriuscita dal disagio.

“Ci autofinanziamo,” chiarisce. Insieme alle altre operatrici, organizzano iniziative culturali – l’ultima, un workshop sul fumetto – volte a sensibilizzare e a raccogliere fondi, ma aggiunge: “Non è sufficiente, è assolutamente insufficiente. Noi ci rendiamo conto che non possiamo garantire tutta una serie di [servizi] che dovrebbero essere invece garantiti. Come il supporto psicologico, ad esempio.”

Ma la mancanza di fondi non minaccia soltanto realtà autogestite e fondate sul lavoro di volontarie. Negli ultimi giorni, in Sardegna, si attende l’erogazione di alcuni contributi regionali relativi al 2014 a diversi centri antiviolenza.

“[Senza finanziamenti certi e continui,] non c’è la possibilità di una reale programmazione a sostegno delle donne,” denuncia Luisanna Porcu, responsabile dell’associazione Onda Rosadi Nuoro, attiva dal 1998. Qui, si accolgono in media 330 donne l’anno, e la casa rifugio ne ospita 40, insieme a 35 minori.

“I finanziamenti vengono dati a singhiozzo e sono certamente insufficienti,” aggiunge. Inoltre, sorgono spesso problemi burocratici che impediscono di sfruttare le eventuali risorse disponibili in modo adeguato. Al momento, ad esempio, non è ancora arrivata la delibera regionale per stabilire le somme per il 2016.

“Abbiamo già speso e anticipato per il 2016, ma non sappiamo ancora quanti soldi avremo. E il 2016 sta finendo,” spiega Porcu. Questo significa che alcune associazioni rischiano di non recuperare i soldi già spesi, mentre altre hanno interrotto diversi servizi per paura di non avere fondi sufficienti.

Per rispondere a questi gravi problemi di continuità, centri antiviolenza in tutto il paese chiedono di rivedere l’approccio istituzionale alla violenza sulle donne, che si rispecchia nel piano straordinario d’azione ora in vigore.

“Bisogna considerare [la violenza sulle donne] come un problema strutturale della società e non come un’emergenza. L’emergenza ha un inizio e una fine. Se noi la consideriamo come un problema strutturale, invece, tutte le politiche devono essere indirizzate in questo senso,” sottolinea Porcu.

E cambierebbe anche la politica dei finanziamenti. Partendo da una reale mappatura dei centri antiviolenza che ne riconosca la natura, gli obiettivi e la pratica politica – un tentativo è stato avviato per la prima volta lo scorso giugno – sarebbe possibile smantellare un sistema che procede principalmente per progetti a discrezione delle regioni, e riconoscere invece contributi regolari e continui a modelli di accoglienza efficaci.

“Il problema è di tipo politico-culturale. La società è stata costruita dagli uomini per gli uomini. A noi donne è stato dato un ruolo, e se non lo rispettiamo veniamo punite,” prosegue Porcu. “Se affrontiamo la violenza in questi termini possiamo veramente contrastarla e prevenirla, se la affrontiamo come una malattia, come una patologia dell’uomo violento, come una patologia della relazione, non arriveremo a niente. Spenderemo un sacco di soldi senza arrivare a niente.”

Onda Rosa fa parte dell’associazione D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che dal 2008 raccoglie 77 centri su tutto il territorio nazionale con almeno cinque anni di esperienza, che adottano la metodologia riconosciuta anche dalla rete europea contro la violenza sulle donne (WAVE).

“Si tratta di una metodologia che proviene dal movimento politico della donne, è un approccio di genere in cui ci sono donne che lavorano con altre donne per la libertà femminile,” spiega Ersilia Raffaelli, consigliera D.i.Re per la Toscana e presidente della Casa delle donne di Viareggio.

“Noi consideriamo il nostro come un lavoro politico per il cambiamento culturale della società.” La violenza, ribadisce, è un fenomeno strutturale e trasversale che necessita di politiche istituzionali legate al sociale, all’educazione e all’economia.

“Nonostante sia ancora nascosta per il 90-93 per cento, sta emergendo e le donne arrivano sempre di più a chiedere aiuto,” continua Raffaelli. “Ma bisogna che ci sia un’attrezzatura valida, riconosciuta e qualificata. E la nostra qualificazione è la metodologia che prevede che ci siano donne formate che accolgano altre donne.”

Dal 2001, nel piccolo centro di Viareggio ne sono state accolte più di 1.500, e si punta ad aprire in sede anche una casa rifugio. Ma offrire servizi sempre più competenti comporta dei costi. “Ci sono operatrici volontarie e operatrici professioniste che devono essere pagate,” spiega.

E la mancanza di risorse lascia tante donne a rischio. Secondo le raccomandazioni dell’Unione Europea, in Italia dovrebbero esserci 5.700 posti letto. Ce ne sono soltanto 500, secondo i dati riportati da D.i.Re.

La grande manifestazione nazionale Non una di meno prevista a Roma per sabato 26 novembre pone sul piatto tutte queste necessità, e lancia la sfida ambiziosa di avviare la stesura di un piano d’intervento nazionale “dal basso,” ovvero nato e guidato proprio dall’esperienza dei centri antiviolenza, delle case rifugio e delle associazioni femministe.

“È necessario lavorare a una governance diversa, in cui i centri giocano un ruolo determinante,” sostiene Raffaelli.

Ma se proseguire il dibattito e la collaborazione con le istituzioni è giusto e necessario, non significa che i centri vogliano essere istituzionalizzati.

Come spiega, c’è la volontà di preservare la libertà di programmare autonomamente e di gestire i rapporti con le donne che vi si rivolgono in maniera individualizzata e assolutamente riservata, in un rapporto di scambio volto ad affrontare la violenza in un’ottica di genere.

“Insomma, si parla di diritti umani, di reato – la Convenzione di Istanbul, diventata legge nel nostro paese nel 2013, lo dice chiaramente – e ci devono essere finanziamenti adeguati da parte delle istituzioni,” conclude Raffaelli.

Giornata contro la violenza sulle donne 2016, in corteo per dire: ‘Siamo tutte diverse’

tratto da Il Fatto Quotidiano

di Eretica

Giornata contro la violenza sulle donne 2016, in corteo per dire: ‘Siamo tutte diverse’

La Giornata internazionale contro la violenza sulle donne è stata scelta per onorare le tre sorelle Mirabal – Patria, Minerva e María Teresa – vittime di Stato, in realtà (solo la quarta, Belgica, visse fino al 1° febbraio 2014), e non della violenza domestica.

Furono assassinate da scagnozzi del dittatore della Repubblica Dominicana Rafael Trujillo il 25 novembre 1960. Dal 1980 la data divenne il simbolo del loro sacrificio: durante il primo Incontro internazionale femminista, in Colombia, quando la Repubblica Dominicana la propose in onore delle tre sorelle conosciute come Las Mariposas (Le Farfalle, ndr), uccise mentre andavano a trovare in carcere i mariti, prigionieri politici.Solo dopo un po’ di tempo molti Paesi si unirono nella commemorazione di questo giorno, attribuendogli valore simbolico di denuncia del maltrattamento fisico e psicologico verso le donne e le bambine. Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni unite, con la risoluzione 54/134, ha scelto la data del 25 novembre per celebrare la lotta contro la violenza sulle donne, in omaggio alle sorelle Mirabal”.

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Quando questo avvenne però, in realtà, si andò in direzione di una progressiva depoliticizzazione dell’evento primario. Tutto divenne fumoso e si attribuì alla data un interesse per la istituzionalizzazione della lotta, per la richiesta di leggi repressive di Stato, uno Stato contro cui le sorelle in realtà lottarono fino alla fine.

La violenza è maschilista, etero/patriarcale – Fare di questa giornata un momento in cui si contano le scarpe rosse, o le macchie di sangue artificiale esposte da qualunque parte, o l’esposizione di modelle con lividi disegnati in volto, come per l’ultima orrenda pubblicità “progresso” della Rai, è un modo per tradire l’origine stessa della memoria dedicata alle sorelle Mirabal. La violenza non è “maschile” ma è di Stato, economica, sociale, repressiva. A meno di non ritenere il maschio origine di tutto il male possibile, riportando l’attenzione solo verso la violenza di genere; vista, invece, attraverso una chiave di lettura intersezionale, direi che la violenza si può definire maschilista, etero/patriarcale, con conseguenze che colpiscono gli stessi uomini, uniti nella lotta alle sorelle Mirabal, così come con noi adesso, nel presente, contro un sistema che ci opprime tutt*.

Femministe? Ancelle del capitalismo – Serve ricordare la riflessione che fa concludere alla femminista Nancy Fraser che la lotta alla violenza “domestica”, quindi lontana nell’immaginario collettivo dai contesti pubblici, usata per esigere unità tra tutte le donne, dimenticando le differenza di genere, razza, cultura e identità politica, ha reso le femministe, quelle della seconda ondata, ancelle del capitalismoUna lotta che ha allontanato tante donne dal desiderio di migliorare la propria vita esigendo reddito e casa, indispensabili se vuoi lasciare una persona violenta, o rivendicando il diritto a una sanitàche non pregiudichi alcuna scelta personale, sia essa rivolta alla necessità di accedere a cure indispensabili per la salute, o alla necessità di poter esprimere volontà di scelta, in piena libertà, nel caso in cui si decida per una interruzione di gravidanza, per l’uso di contraccettivi d’emergenza, per l’aiuto alla transizione di persone trans ftm o mtf.

Ortodossia femminista – Questa è un’altra delle cose che vanno chiarite, a mio avviso. Se si parla di sistemi oppressivi bisogna valutare ogni atteggiamento oppressivo da qualunque parte arrivi, che si tratti di uomini o che si tratti di donne. Ce ne sono tante che si nascondono dietro uno pseudo femminismo per poi immaginare di poter imporre decisioni normative in relazione a quel che ognun* vuole fare del proprio corpo. Non ce le vedo in piazza contro la violenza sulle donne quelle che praticano violenza su altre donne perché le vorrebbero simili a se stesse, perché vorrebbero un pensiero unico o perché semplicemente amano praticare cyberbullismo immaginando che pronunciare le parole “vittima di violenza” sia un lasciapassare per poter pestare virtualmente, per esempio, colei che vorrebbero indottrinata, evangelizzata, da un modello ortodosso e vittimista di un femminismo che dovrebbe essere decisamente tramontato.

Violenza di genere tra donne – In queste giornate non posso immaginare che altre, quelle che trattano le sex workers come fossero demoni da redimere invece che uman* e quelle che vorrebbero decidere per tutte quando si tratta di gestazione per altri, quando si parla di velo, con supporto alle polizie che multano le donne che lo indossano, ecco, non posso immaginare che queste stesse donne – somiglianti alle peggiori antiabortiste  – possano attraversare spazi dediti al reciproco ascolto e riconoscimento, invece che alla negazione, dei soggetti, al rispetto delle altrui culture e delle scelte. Non posso immaginare che queste altre possano voler impedire alle persone trans di dirsi donne, solo perché qualcun@ immagina di detenere lo scettro di un regime eteronormativo che, purtroppo, e io lo so bene, viene espresso con violenza anche da alcune donne.

Cos’è la violenza di genere – Ci sarebbe molto altro da dire in relazione a queste giornate, ma mi limiterò a descrivere alcune iniziative che caratterizzano la preparazione a due giornate romane contro la violenza di genere, ovvero quella esercitata contro chi impone ruoli di genere, donne incluse, e che in realtà si avvicinano molto più al senso del vero significato assunto dalla giornata stessa. Lontane dal marketing privato oistituzionale. Non vittimiste, ma schierate contro scelte di governo paternaliste, così come quelle di partiti che usano le donne violate come pretesto per motivare razzismo e islamofobia, o che usano le donne per vendere e acquisire qualunque altra cosa: denaro, fama, consensi elettorali, dimenticando che governi di vario tipo hanno dimenticato di lavorare su prevenzione e cultura, su quel che servirebbe per immaginare e realizzare una società migliore. Hanno dimenticato, per l’appunto, che una lotta per l’autonomia, per la libertà di tutt* passa attraverso la possibilità di avere un reddito. Dimenticano anche che la violenza di genere consiste nella impossibilità di avere assistenza all’aborto, negare una pillola del giorno dopo, continuare a infierire contro i corpi delle donne non normati, insistere affinché le persone si identifichino in generi che non le rappresentano. Violenza di genere è quella contro uomini che vengono socialmente ostracizzati, bullizzati, perché non corrispondono al modello machista e vogliono realizzare, per loro, un modello autodeterminato.

Il femminicidio come “brand” – In questi giorni iniziative, cortei, slut walk, riunioni, diffusione virale di parole e immagini hanno portato a una valutazione complessiva di quel che potrebbe essere la lotta contro la violenza di genere a partire dalla riflessione su problemi reali e non su quella fuffa che serve ai partiti e ai governi per fare pinkwashing grazie all’uso del termine “femminicidio” ormai diventato un brand.

Valorizzare le differenze per vincere insieme – Il 26 novembre a Roma sfileremo in corteo. La protesta è sempre “contro” e, pur con le sue leggerezze, queste giornate contribuiscono comunque a decostruire modelli dominanti per poi ricostruire proposte sulle quali si può discutere, che si arrivi tutte allo stesso punto di accordo o meno. Perché una sana dialettica femminista deve consentire un lavoro di riparazione dei conflitti nei principali momenti di lotta per poi riaffrontarli con l’entusiasmo di chi non dimentica che è necessario valorizzare le differenze.

Resistenza per sempre contro l’omologazione – Immagino questo corteo colorato, gioioso con donne che aprono l’evento e lo spezzone transfemminista, gli uomini, compagni di battaglia, che sfilano “con” e non “al posto di”, senza dimenticare gli ombrelli rossi delle sex workers e le donne migranti che mai dovrebbero essere osservate come vittime o, altrimenti colpevoli, se non accettano di raccontare il femminismo così come lo raccontiamo noi. Immagino una giornata di piena partecipazione, da parte di tante persone. Tante. Noi compres*. In ricordo delle combattenti, resistenti, sorelle Mirabal. Perché la nostra, in fondo, che avvenga in casa o fuori casa, è resistenza, sempre, a imposizioni che vogliono trasformarci in repliche di noi stess*, omologat*, tutti ugual*. Per me è così. Per voi?

Qui è stata commessa una violenza di genere

tratto da Communianet
di Collettivo Femminista GRRRamigna

La violenza di genere non è solo fisica, non si esaurisce negli schiaffi, nei calci, non si compie solo nello stupro o nel femminicidio. La violenza di genere è anche verbale, psicologica, economica, è radicata in ogni luogo che attraversiamo: è a scuola, all’università, per strada, nei posti di lavoro, ovunque, anche a casa nostra. La violenza di genere, in tutte le sue forme, trova un terreno su cui mettere radici, il terreno del patriarcato, della tradizione, del machismo, dei ruoli di genere imposti.
Per questo motivo – e per sostenere anche noi la manifestazione nazionale #NonUnaDiMeno, contro ogni tipo di violenza di genere – abbiamo attraversato Milano, le sue vie, i suoi spazi, individuando solo alcuni dei luoghi che per noi generano violenza di genere sulle donne.

Dalla fermata dell’autobus a cui siamo state molestate, alla vetrina del negozio di giocattoli – che ci insegna sin da subito quale sia il ‘nostro posto’ in quanto donne – alla metropolitana in cui siamo state costrette a scegliere il vagone con più donne, dalla scuola elementare in cui è stato detto che la nostra gonnellina disturbava e distraeva i compagni maschietti, alla vetrina di un negozio che ci propone delle taglie improbabili, dai manifesti di aspiranti fascisti che propagano odio contro le donne e contro i soggetti LGBTI*Q, all’università che non è interessata alla divulgazione del sapere femminista.

Abbiamo appeso i nostri cartelli: “Qui è stata commessa una violenza di genere”.
Piccoli fogli A4 nella vastità di Milano.
Eppure, per quanto piccoli fossero i nostri fogli sull’immensità dei palazzi, siamo soddisfatte di aver fatto sentire – per la prima volta – la nostra voce collettiva.

Cambiare questo mondo sessista e omofobo non è cosa da poco, ma sappiate che ci stiamo attivando per farlo.
Vi invitiamo perciò a stampare il vostro cartello, tenerlo in borsa, nello zaino, piegato nella tasca del cappotto. Abbiatene sempre qualcuno con voi, pronte a posarlo sul luogo interessato, pronte ad attaccarlo – fosse anche con la gomma da masticare che avevate in bocca.
Denunciate quello che vi accade, denunciate le forme di violenza, denunciatele alle altre donne, agli altri oppressi e alle altre oppresse, rompete il silenzio assieme a noi.
Rendiamo questa città bianca di fogli, tappezzata di grida.

Collettivo Femminista GRRRamigna
verso la manifestazione NON UNA DI MENO – Roma 26 novembre 2016.

Storie e contraddizioni da superare nella giornata contro la violenza sulle donne

tratto da Internazionale

di Lea Melandri 

Il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è una di quelle ricorrenze che si preferirebbe dimenticare o abolire, ma che al medesimo tempo ha il merito di rendere evidente la contraddizione di un fenomeno di durata secolare che, per essere portato a consapevolezza e assunto in tutte le sue profonde implicazioni politiche, ha bisogno di essere considerato un’“emergenza”.

È solo da una decina di anni che, a differenza di altre parti del mondo, nel nostro paese si è cominciato a parlare del carattere “strutturale” di una violenza che esplode in forme manifeste – maltrattamenti, stupri, omicidi, eccetera – ma che è inscritta in tutte le istituzioni della vita pubblica, nella cultura alta come nel senso comune, nell’atto stesso di nascita della polis, e annidata, per usare un’efficace espressione di Pierre Bourdieu, “nell’oscurità dei corpi”.

È stato necessario, e lo è ancora oggi, che nelle strade e nelle piazze di grandi città tornassero a manifestare per iniziativa di collettivi, gruppi femministi e lesbici, generazioni di donne che non hanno mai smesso dagli anni settanta di portare l’attenzione su un dominio particolare, fondamento di tutte le forme di oppressione finora conosciute e, allo stesso tempo, così sfuggente da confondersi con le relazioni più intime.

La libertà e l’autonomia spinte ai margini
È sicuramente un grande passo avanti il fatto che nel dibattito pubblico si cominci a nominare il risvolto oscuro, inquietante di legami amorosi, familiari, ritenuti “normali”, così come si può considerare una conquista di lente e pazienti battaglie del movimento delle donne l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni politiche e amministrative su questi temi.

Ma quando hanno fatto la loro comparsa provvedimenti legislativi volti a sensibilizzare, prevenire l’aggressività maschile, tutelare le vittime – penso al Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere, da poco approvato – a essere esautorate e respinte ai margini sono state proprio le donne che hanno lavorato anni nei centri antiviolenza, nelle scuole, nei centri di documentazione e nelle associazioni culturali, per far crescere libertà dove c’era soggezione, autonomia dove c’era adeguamento a modelli interiorizzati.

Il dominio maschile non ha significato solo l’esclusione delle donne dal governo del mondo

Ci sono molti modi per far fronte a un cambiamento di sensibilità, convinzioni, rapporti di potere, che lentamente si fa strada fuori dal privato, da esperienze dolorose vissute in solitudine o rimaste all’interno di gruppi e movimenti costretti a un andamento carsico e a rare, brevi esplosioni sulla scena pubblica. Quello più comune è accontentarsi di politiche inclusive che lasciano inalterato il sistema di valori che è stato messo in discussione.

Il 26 novembre si terrà a Roma una manifestazione promossa da una vasta rete nazionale i cui slogan “Io decido”, “Non una in meno” dicono della rabbia crescente di chi ha sopportato troppo a lungo gli ostacoli frapposti alla propria libertà, al proprio piacere – dalla violenza manifesta alle pressioni psicologiche, alla condanna morale. Non sarà un caso che con tanta tempestività papa Bergoglio conceda a nome della chiesa il perdono alle donne che abortiscono, considerate “assassine” da tutte le religioni e da tanti “rispettabili” governi del mondo. Si può dire che le folle oceaniche che si sono viste negli ultimi tempi colorare le piazze, dall’Europa all’America Latina, hanno lasciato il segno. Ma chi “perdonerà” gli uomini per aver imposto con un asservimento violento la loro sessualità procreativa, costretto le donne a mettere a rischio la loro vita, prima per assecondare i bisogni e desideri altrui, oggi per affermare i propri?

Il dominio maschile, che comincia a essere portato alla storia solo ora, sostenuto nella sua eccezionale durata da una sorta di “naturalizzazione”, non ha significato solo l’esclusione delle donne dal governo del mondo, ma il controllo e lo sfruttamento dei loro corpi, con un potere di vita e di morte i cui residui barbarici arrivano fin nel cuore della modernità. Dovrebbe essere perciò facilmente comprensibile la radicalità con cui sempre riemerge la protesta di un femminismo convinto di dover far fronte a una guerra che ha per teatro il corpo: dalla sessualità alla maternità, all’interruzione volontaria di gravidanze indesiderate.

Rassicurazioni e perplessità
Oggi è proprio la certezza degli uomini di poter avere la donna tutta per sé – disposta come voleva il dettato rousseauiano ad “allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce” –, che, venendo meno, lascia allo scoperto una fragilità e una dipendenza maschile facili a trasformarsi in aggressione. Bisogna aggiungere che non ci sono più, a sostenere la “virilità”, quei corpi sociali che rassicuravano l’uomo della sua differenza dall’altro sesso.
Non è la prima volta che mutamenti prodotti dalla messa in discussione dei ruoli tradizionali di genere scuotono il sistema sociale, culturale e politico dalle sue basi, e finiscono per alimentare fondamentalismi religiosi, nostalgici ripiegamenti su retoriche di patria, nazione, razza eccetera. È successo ai primi del novecento, quando una “virilità guerriera” ha aperto la strada a un bellicismo esaltato come “stato naturale” dei maschi. Può succedere ancora.

Rassicura la comparsa, sia pure sporadica e isolata all’interno della cultura politica maschile, di analisi che vedono nel sessismo, nel privilegio che ha fatto dell’eterosessualità il modello su cui si sono costruite le differenze di genere e ogni altra forma di diseguaglianza, un aspetto non secondario di ciò che accomuna la società dei consumi, del “fai da te”, del liberismo economico, con il ritorno a un comunitarismo arcaico, gerarchico e autoritario. Lascia perplessi invece il muro di silenzio che fa apparire il femminismo come reminiscenza del passato, per poi aprire una breccia quando è necessario averlo come alleato contro le derive minacciose di una civiltà rimasta a lungo straniera per l’altra metà del genere umano.

La violenza di genere del cancro al seno

tratto da Le Amazzoni Furiose

Matrioska di AltNovesette

Se non mi fosse piombato addosso all’alba dei 30 anni, il cancro al seno non avrebbe attirato la mia attenzione. La notizia della sua esistenza mi era giunta, come un’eco lontana, attraverso i racconti di amiche di mia madre – in famiglia altri casi non ne abbiamo – o tramite le pubblicita` delle campagne di cosiddetta prevenzione. Quando l’ex ragazza di un amico e` morta pressappoco alla stessa eta` in cui mi sono poi ammalata anch’io, ho pensato che si trattasse di una tragedia isolata dovuta a mera sfortuna.
Ho sentito i “l’ha preso in tempo” e i “si e` trascurata e c’ha rimesso le penne” cosi` come i “nelle giovani e` questione di geni”, ma non ho ascoltato. Ho visto i nastrini rosa e mi sono sembrati poco autentici, ma non ho guardato.
Poi, gli eventi crudelissimi di un giorno di novembre di sei anni fa mi hanno costretta ad aprire bene occhi ed orecchie. Mai come in questo caso avrei voluto poterlo evitare.

Ci sono dei giorni in cui mi sento arrabbiata, apparentemente senza un perche`. Poi mi ricordo. Ricordo le violenze subite in questi anni.
La violenza di un linfonodo ingrossato che si insinua nella tua vita.
La violenza di mani estranee che ti toccano ovunque e di sonde che ti scrutano sotto la pelle.
La violenza della paura quando l’infermiera ti guarda, la fronte madida e il sorriso falso, e ti dice “si accomodi”.
La violenza del seno schiacciato in una pressa che chiamano mammografo.
La violenza del bisturi che il seno te lo taglia.
La violenza della chemioterapia che ti avvelena per farti tornare in vita, ma la vita in realta` e` un’altra e fa abbastanza schifo.
La violenza della menopausa a 30 anni.
La violenza della fatigue causata da farmaci di cui devi imbottirti per dieci lunghissimi anni.
La violenza dei cercatori di metastasi che ti rovistano nelle budella e quando ti dicono “puo` andare” lo sanno che tanto tra sei mesi si ricomincia.
La violenza di dover rispondere “non posso” anziche` “non voglio” alla domanda “quanti figli hai?”.
La violenza dei lavori persi perche` hai detto che hai il cancro.
La violenza di vedere morire donne come te, nel paese in cui sei nata, in quello in cui vivi e in quello in cui speri di andare.
La violenza delle bugie di chi dice che dal cancro al seno si guarisce.
La violenza di chi ha trasformato la tua malattia in un business per vendere prodotti su cui ha appiccicato un nastrino rosa.
La violenza di vedere seni scolpiti e sani per pubblicizzare i prodotti su cui e` stato appiccicato un nastrino rosa.
La violenza delle sostanze tossiche contenute nei prodotti su cui e` stato appiccicato un nastrino rosa.
La violenza di chi dice che il problema sono gli stili di vita.
La violenza di chi sa che ogni anno in Italia circa 48 mila donne si ammalano di cancro al seno e 12 mila ne muoiono ma, pur avendone il potere, non fa niente per cambiare le cose.

Il principale fattore di rischio per lo sviluppo del cancro al seno e` il genere. Le terapie tossiche con cui viene trattato, i problemi economici che porta nelle vite di chi ne e` colpita e l’indifferenza di chi si sottrae al dovere di porre in essere misure atte a ridurne l’incidenza sono una delle molteplici forme di violenza sulle donne. Che la manifestazione del 26 novembre a Roma sia anche contro tutto questo. #NonUnaDiMeno!

The place to be

tratto da DinamoPress

di Infosex – Esc Atelier

Il Femminismo è una questione di Classe. Verso la manifestazione del 26 e i tavoli tematici del 27 novembre

Partiamo da noi e da quella pratica mutuata dai Femminismi che attiene al “sapersi collocare”, al prendere posizione. La capacità, dunque, di leggere il contesto sociale e politico in cui siamo inserite, praticando quel quotidiano situarsi che si fa immediatamente azione.

In questi giorni, fatti di costante impegno e travolgente entusiasmo rivolti alla costruzione della manifestazione del 26N NonUnaDiMeno e della giornata di confronto assembleare del 27N, proviamo a restituire il nostro posizionamento e a fare un po’ di chiarezza in questo spazio-tempo confuso e confondente che ci è toccato in sorte.

Noi sappiamo dove collocarci e siamo esattamente dove vogliamo essere

Gli ultimi mesi ci consegnano infatti una nuova espressione di potenza, incarnata dal protagonismo radicale delle donne contro la violenza di genere. A fronte dell’efferatezza e della brutalità agite simultaneamente e da più parti contro le donne e le loro molteplici esistenze, si sta determinando una risposta forte e collettiva. Le piazze argentine, polacche, islandesi sono state letteralmente invase da migliaia di corpi e di vite che assieme si sono fatte marea. Una marea che con determinazione e coraggio sta provando ad imporre un nuovo ordine del discorso attraverso l’azione diretta e conflittuale; una marea capace di scompaginare le pressioni populiste, la torsione antidemocratica e neoliberista che vediamo avanzare su scala globale; una marea che si pone immediatamente il problema del cambiamento e della trasformazione; una marea che anche noi, a partire da sabato 26, vogliamo provare a alimentare.

L’abbiamo detto mille volte e pensiamo sia utile tenerlo sempre a mente: la violenza sulle donne è una questione strutturale di cui il femminicidio rappresenta la precipitazione estrema e drammatica. Sotto la punta di quest’iceberg oggi la violenza si articola in ogni ambito della vita e della società e si rinnova come dispositivo di ri-gerarchizzazione dei rapporti sociali e di controllo biopolitico dei corpi.

Un attacco molteplice, quello che ci viene rivolto, dispiegato simultaneamente sui tanti e diversi campi dell’esistenza: nelle famiglie e nei posti di lavoro; nelle scuole e nelle università; nei presidi socio-sanitari pubblici e sui media mainstream.

Un attacco rivolto a delle soggettività altrettanto molteplici. Invochiamo dunque nuovamente la pratica femminista del “sapersi collocare” e ri-partiamo da noi, da ciò che incarniamo con le nostre vite, da quella complessità che quotidianamente esprimiamo.

Nel suo testo “La donna a una dimensione” Nina Power afferma come non sia possibile comprendere il femminismo contemporaneo senza soffermarsi sui cambiamenti specifici che hanno attraversato il mondo del lavoro. Vorremmo porre brevemente l’attenzione su questo, cercando di connettere la nostra riflessione al portato conflittuale che vediamo esercitato dalle donne polacche, argentine e islandesi che, non a caso, stanno risignificando tramite l’azione diretta la pratica dello sciopero.

Ripartiamo quindi dalla profonda mutazione delle forme del lavoro che ha investito la fine del XX secolo ed i cui effetti hanno interessato in primo luogo le donne, in termini storici-politici-sociali e come vera e propria soggettività su cui sono state sperimentare specifiche forme di sfruttamento. Possiamo infatti affermare che il lavoro femminile rappresenti oggi la norma stessa del lavoro.

Ma cosa intendiamo per femminilizzazione del lavoro? In un contributo di Judit Revel datato 2003 (Posse – Divenire-donna della politica), viene sottolineato con forte ironia che “Femminilizzazione del lavoro non significa mera introduzione di pseudo-qualità femminili tanto inconsistenti quanto infondate (la dolcezza, la creatività, la freschezza, la spontaneità) in un mondo di bruti, di bulloni, di turbine. Il divenire-donna del lavoro non ha ornato le tute da lavoro di pizzi e merletti, ha semplicemente riformulato i meccanismi di sfruttamento della forza-lavoro e i connotati di quest’ultima […]

La femminilizzazione del lavoro significa l’applicazione a tutti gli individui di dispositivi di assoggettamento che sono stati applicati storicamente innanzitutto alle donne” (Posse – Divenire-donna della politica).

La paradigmaticità del lavoro femminile si concretizza nelle pratiche di lotta, nella reinvenzione e risignificazione dello sciopero come principale terreno di sperimentazione delle donne per riaprire un piano di lotte femminista in grado di contaminare e innovare le forme e i contenuti delle lotte a venire. Può essere questo, dunque, un nuovo laboratorio politico per produrre, a partire dalla ripresa femminista, un avanzamento complessivo nelle pratiche e nei temi, nella produzione di nuova soggettività, nella costruzione di piani rivendicativi non stagni ma che parlino delle nostre vite nella loro complessità.

Siamo donne, infine, e questo non basta più a definirci interamente. Siamo precarie, emigrate, migranti, studentesse, soggettività metropolitane i cui stili di vita sono permanentemente catturati e messi a profitto, viviamo nell’austerity, oggetti della guerra “santa”. E se sfumano i confini del genere oltre quelli del sesso biologico, se la femminilizzazione del lavoro rende generale quella particolare disciplina del lavoro – suppletivo, intermittente, relazionale, gratuito – caratteristica storicamente del lavoro femminile, non va disperso però un punto di vista situato e incarnato da cui è possibile comporre e ricomporre gli sguardi e le soggettività contro la violenza, contro lo sfruttamento, contro le linee di segmentazione/discriminazione sociale che passano oggi più che mai per il genere, la razza e la classe.

Questo richiamo, che si fa concretezza nella quotidianità delle mobilitazioni su scala globale, ci offre un altro spunto di riflessione che vorremmo consegnare al dibattito e che parla sempre del nostro situarci nello scenario complessivo attuale: la necessità di costruire intersezione e intreccio è oggi la posta in gioco di un agire autenticamente femminista. Affermiamo ciò a partire da un’esperienza politica da cui abbiamo imparato tantissimo e alla quale non smettiamo mai di rivolgere lo sguardo, quella del Black Feminism, nata negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Le prime manifestazioni delle Black Feminists hanno avuto da subito la capacità di mettere in discussione una lettura che tendeva a individuare nella donna-bianca-eterosessuale-middleclass l’unico soggetto in grado di esprimere istanze realmente femministe. La critica mossa a questa lettura essenzialista della donna ha determinato un decentramento da quell’articolazione basata esclusivamente sulla differenza di sesso/genere, affermando un ordine del discorso nuovo, in grado di cogliere la molteplicità degli elementi di differenziazione come dispositivi di controllo e dominio prodotti dal capitalismo contemporaneo e di rovesciarne il segno attraverso processi di soggettivazione politica e l’intersezione di lotte e piani di conflitto tra soggetti subalterni.

L’intersezionalità diviene dunque subito postura, prassi politica, azione contro ogni tentazione di fare delle differenze una platea di lobby e gruppi di interesse.

Per tutte queste ragioni gridiamo a chi ci maltratta, opprime, sfrutta, discrimina, svaluta, utilizza GUAI A CHI CI TOCCA. Siamo le donne argentine e polacche, siamo Black Lives Matter, siamo Stonewall, siamo cyborg oltre il maschile e il femminile, siamo le donne curde che resistono per la libertà, siamo spinta desiderante, forza radicale e trasformatrice.

E lo metteremo in pratica il 26N quando invaderemo le strade di Roma, ma anche il 27N, all’interno dei tavoli tematici di discussione e attraverso la stesura di un piano femminista e dal basso contro la violenza sulle donne.

#NonUnaDiMeno is the place to be

A letter to white Southern women from Anne Braden (1972)

I believe that no white woman reared in the south—or perhaps anywhere in this racist country—can find freedom as a woman until she deals in her own consciousness with the question of race. We grow up little girls . . . . absorbing the stereotypes of race, the picture of ourselves as somehow privileged because of the color of our skin. The two mythologies become intertwined, and there is no way to free ourselves from one without dealing with the other.

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