Non una di meno! Educare alle differenze alla manifestazione del 26 Novembre contro la violenza maschile contro le donne

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In piazza #controstereotipi

Meno di un mese fa ci siamo salutate a Bologna approvando a gran voce la partecipazione di Educare alle differenze alla manifestazione nazionale contro la violenza maschile contro le donne del 26 novembre, riconoscendo il ruolo strategico che svolgono la scuola e l’educazione nella prevenzione della violenza nelle sue tante forme. Adesso è venuto il momento di iniziare a costruire insieme la nostra partecipazione al corteo di sabato!

“Noi della scuola” sappiamo bene quanto siano importanti i progetti di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne, i laboratori di educazione al genere e di decostruzione degli stereotipi, i percorsi di educazione all’affettività e alla relazione per dare a bambini e bambine, a ragazze e ragazzi gli strumenti necessari per costruire autonomia e capacità di autodeterminarsi e relazioni consensuali non basate sul possesso e la prevaricazione.

Il 26 novembre è l’occasione per uscire da scuola e dirlo forte e chiaro attraversando le strade di Roma! Un’occasione per rivendicare il valore sociale e politico dell’educazione nella prevenzione di tutte le molteplici forme che assume la violenza di genere e il ruolo cruciale della scuola pubblica nella lotta contro una cultura sessista, eteronormativa e discriminante.

Invitiamo tutte le associazioni e gruppi che fanno parte della Rete di Educare alle Differenze ad attivarsi ognuna sul proprio territorio per promuovere la partecipazione al corteo. Invitiamo le singole insegnanti, educatori, psicologhe, formatori e quanti/e lavorano nel mondo educativo a promuovere la partecipazione di colleghi e colleghe, studentesse e studenti, genitori.

La manifestazione del 26 Novembre comincia alle ore 14 a Roma, partenza Piazza Esedra e arrivo a Piazza San Giovanni.

Vi segnaleremo mano a mano le informazioni utili per la partecipazione al corteo, inclusi i trasporti in pullman da fuori Roma, sull’evento facebook di Educare alle differenze / 26 novembre. Mentre sul blog della manifestazione troverete i report delle assemblee fatte fino ad oggi e i materiali di comunicazione da diffondere: https://nonunadimeno.wordpress.com/

Per chiedere informazioni o segnalarci iniziative dei nodi territoriali di Educare scriveteci a scuoladifferente2014@gmail.com

 

Matrioške di tutto il mondo unitevi!

di Rete IoDecido

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Forse è capitato a tante e tanti di vedere da bambine/i delle bamboline allineate sui comò delle nonne o delle zie, vestite e impolverate nell’angolino un po’ kitsch di una casa. Queste bamboline dai mille vestiti, da mille paesi diversi, souvenir dei viaggi di nipoti e figlie, spesso affiancate da altre figurine colorate allineate in legno, più durature delle altre, in rigoroso ordine decrescente, le Matrioške. Lucide, colorate, sorridenti, panciute, dal visetto simpatico e rubicondo.

Quante volte le abbiamo aperte di nascosto, facendo leggermente scricchiolare il legno, sotto l’occhio attento della nonna che temeva di veder persa la statuina più piccola, mentre ruotavamo via via le varie sculture alla scoperta del loro contenuto. Curiose di scoprire quante piccole Matrioške si trovavano all’interno. Sempre sorprese di capire e contare quante erano. Eh si una Matrioška sola può contenere dalle 3 alle 60 piccole-grandi donne.

Un oggetto che proviene dalla tradizione russa, apparsa alla fine del XIX secolo, anche se per alcuni proveniente in origine dal Giappone (isola di Honsu). Matrioška indica immediatamente una simbologia dell’universo femminile, letteralmente matrëška è il diminutivo – vezzeggiativo di matrëna, diffuso nome proprio russo derivante dal latino mater, ma è anche un modo per dominare lo spazio, perché contraddice il fatto che uno stesso luogo non possa essere occupato da più di un oggetto, e rimanda alla molteplicità dell’io. L’idea di qualcosa contenuto in qualcos’altro, che a sua volta contiene qualcosa di più piccolo e così via, richiama l’idea della reductio ad infinitum. Quello che una Matrioška potrebbe esprimere è dunque l’idea di infinito. Una Matrioška infinita non l’abbiamo mai vista, se non nella nostra immaginazione.

Immaginiamo: quante donne in Italia, in Europa, America Latina, tutte insieme, una forza potenzialmente infinita, uno spazio e una parola da riprendere. L’una insieme all’altra. Quante donne siamo!

Il 26 novembre a Roma, proviamo a guardarci in faccia, ad occupare uno spazio, a riempirlo di contenuti. Matrioške di tutte le età prenderanno forma e vita. La nostra forza, la nostra autodeterminazione contro la violenza che vorrebbe abbatterci e renderci mute statue. Tutte insieme facciamo paura!

Morire di patriarcato

di Rete Io Decido

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Succede che sei incinta, succede che ti senti male, succede che vai in ospedale.

Succede che però ti trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato, perché in quell’ospedale tutti i dodici ginecologi in servizio sono obiettori di coscienza e immaginiamo bene che la scelta di non obiettare debba essere proprio difficile in una struttura dove il primario, ovviamente obiettore, in quel momento è anche il Presidente della principale Società Scientifica di Ginecologia e Ostetricia in Italia (SIGO). Ma tutto questo non dovrebbe essere un problema: è una gravidanza che hai tanto voluto e cercato, non sei lì per interromperla.

Succede invece, paradossalmente, che proprio perché sono obiettori rischi di ricevere un’assistenza basata su principi religiosi più che scientifici e rischi per quel tipo di assistenza di morire. Come è successo a Valentina.

E non ci interessano le ricostruzioni o le giustificazioni con le quali si cerca di far passare la morte di Valentina Milluzzo come un caso di malasanità, dove si normalizza l’operato del medico o dove addirittura si accusa la famiglia di voler trovare per forza un colpevole, negando il fatto, ribadito da diversi testimoni, che il medico di turno proprio in quanto obiettore non volesse intervenire, perché i feti erano ancora vitali e l’intervento ne avrebbe causato la morte. Ha agito in maniera scellerata quel medico, guidato dai propri convincimenti personali, che lo hanno portato a travalicare i limiti stessi della legge 194 che impone agli obiettori di intervenire in caso di rischio per la vita della madre.

Non ci interessano le giustificazioni perché un professionista che lavori nel Servizio Sanitario Pubblico (o convenzionato), ha il dovere e la responsabilità professionale e morale di agire basandosi sulle evidenze scientifiche, sulla propria esperienza clinica, sulle scelte delle persone che assiste e sulle leggi dello Stato. Non su altro. Non su principi etici di stampo religioso o credenze personali.

Perché solo a queste condizioni è in grado di offrire assistenza e cure appropriate.

Succede però che in Italia il 70% dei medici sono obiettori con punte del 90%, perché la grande maggioranza delle strutture sanitarie è controllata direttamente o indirettamente dal Vaticano.

Questa politica sanitaria cattolica aguzzina antepone alla vita ed alla salute della donna quelle del feto e porta i medici obiettori a rifiutare un pubblico servizio, quello di prestare assistenza medica, di salvaguardare la salute della donna e di salvarle la vita. L’obiezione di coscienza non esiste. Se esistesse, dovrebbe portare il medico a fare un altro mestiere, perché il medico che obietta nega la vita alla donna che le sta davanti.

Succede allora che ancora nel 2016 il controllo del corpo delle donne sia lo strumento principe attraverso il quale il patriarcato esercita il proprio potere.

Succede anche che la Asl di Bari consegni questo documento a una donna dopo un’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG): “Gentile signora su sua richiesta è stata sottoposta a IVG. Le auguriamo che l’intervento cui è stata sottoposta in data odierna rimanga unico. L’IVG ha delle implicazioni di ordine morale, sociale e psicologico e non solo una mera procedura chirurgica o farmacologica ma un rischio per la stabilità emotiva della donna con possibili ripercussioni sul piano relazionale“.

Non abbiamo bisogno di uno Stato paternalista che ci educhi interferendo con le nostre scelte e stili di vita, imponendoci una morale sessuale e impedendoci di scegliere liberamente se, quando e come diventare madre. Il paternalismo medico e la politica sanitaria cattolica negano ogni soggettività e diritto di decisione e di scelta sul nostro corpo e sulla nostra vita.

Nemmeno un mese fa è morta Annalisa Casali, in Toscana, perché durante il parto le hanno fatto la Kristeller (spinte violente sulla pancia per far uscire il bambino: una manovra molto pericolosa e messa al bando in alcuni Paesi come l’Inghilterra) che le ha causato la rottura della milza e una grave emorragia interna che l’ha uccisa.

Cosa hanno in comune la storia di Valentina e di Annalisa? Tutte e due erano incinte e tutte e due sono state vittime di violenza ostetrica, un fenomeno denunciato addirittura dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità.

Si tratta di casi isolati? No, tutti i giorni nelle sale parto e maternità le donne sono vittime di violenza, durante il travaglio e il parto sui loro corpi vengono praticati atti medici non necessari, pericolosi, dolorosi e non acconsentiti: l’episiotomia (il taglio della vagina e del perineo), la kristeller, l’obbligo alla posizione sdraiata con le gambe aperte, il non poter avere una persona con sé, la rottura del sacco amniotico, la somministrazione di farmaci che forzano il travaglio provocando contrazioni molto dolorose, la separazione inutile e forzata di ore e ore tra la madre e la persona appena nata, umiliazioni, prese in giro, frasi ingiuriose, violazioni della privacy.

La violenza ostetrica non è malasanità, non è errore medico. La Violenza ostetrica è il controllo e disciplinamento del corpo della donna nel parto.

L’obiezione e la violenza ostetrica nascono dal rifiuto di accettare che la donna abbia l’unico, esclusivo, inviolabile diritto di decidere se, quando, dove e come diventare madre.

Anche per questo saremo in piazza il 26 novembre e il 27 novembre a Roma, per difendere il diritto a compiere scelte libere e informate rispetto al proprio corpo e alla propria salute sessuale e riproduttiva, per denunciare e combattere la violenza ostetrica e l’ingerenza della morale cattolica, per pretendere una sanità laica che garantisca il diritto delle donne all’autodeterminazione.

Aborto, obiezione e salute

tratto da Dol’s Magazine

di Simona Sforza

I valori di obiezione riscontrati dalla relazione nel 2013 restano elevati soprattutto tra i ginecologi, il 70%, cioè più di due su tre.

Siamo in attesa che venga pubblicata la relazione ministeriale 2016 di attuazione della legge 194/78 riferita al 2015. Il documento viene presentato ogni anno in Parlamento tra la metà di ottobre e la metà di novembre. Abbiamo letto qualche anticipazione su Left. Visionando i bollettini Istat, sulla base dei dati trasmessi dall’Iss-Sistema di sorveglianza dell’interruzione volontaria di gravidanza, il numero degli aborti continua a scendere, un dato costante da quando è stata approvata la 194: si passa da 96.232 Ivg del 2014 alle 87.590 del 2015, con un calo annuo del 9,87%. Il settimanale inoltre suggerisce una correlazione tutta da dimostrare: il crollo di Ivg (-14,3% su base annua) nei mesi a partire dalla commercializzazione della pillola dei 5 giorni dopo Ellaone, senza obbligo di ricetta. La pillola anticoncezionale d’emergenza sembrerebbe aver influito sulla diminuzione di Ivg su base annua e nel pezzo su Left si parla di -10,8% nel passaggio 2015-2016.
I dati ministeriali andrebbero però abbinati sempre alle stime degli aborti clandestini, che sono stati depenalizzati ma che da febbraio 2016 sono sanzionati con cifre che possono arrivare ai 10.000 euro (come #ObiettiamoLaSanzione ci siamo battute molto su questo versante, vedi anche la lettera aperta alle parlamentari, alla quale non abbiamo mai ricevuto risposta). L’Istituto Superiore di Sanità nel 2012 stimava tra i 12.000 e i 15.000 casi, riscontrando una sostanziale stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni. Si tratta di numeri di massima, che comunque restano elevati, se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio la difficoltà nell’accesso ai servizi.
Ed è proprio in merito a questa difficoltà che dovremmo tornare a interrogarci sull’obiezione di coscienza che negli ultimi anni sta diventando un ostacolo notevole per l’applicazione piena della legge 194.
I valori di obiezione riscontrati dalla relazione nel 2013 restano elevati soprattutto tra i ginecologi, il 70%, cioè più di due su tre. Il rapporto ha osservato poi un ulteriore incremento di obiettori tra il personale non medico. Ci sono anestesisti che negano l’epidurale in caso di aborto terapeutico.Notevoli sono le differenze a livello regionale. I picchi sono al centro sud, con percentuali di obiezione tra i ginecologi superiori all’80%: in Molise (93,3%), nella provincia autonoma di Bolzano (92.9%), in Basilicata (90,2%), in Sicilia (87,6%), in Puglia (86,1%), in Campania (81,8%), nel Lazio e in Abruzzo (80,7%).
L’obiezione continua ad interessare maggiormente gli ospedali, anche se i consultori non ne sono esenti. Ci sono tentativi in alcune regioni, come il Piemonte che si stanno impegnando affinché i medici che lavorano in queste strutture garantiscano alle donne che scelgono di abortire i certificati necessari per l’operazione e non si oppongano alla prescrizione dei contraccettivi, compresi quelli di emergenza.
In Lombardia, la mia regione di residenza, i dati evidenziano una situazione alquanto difficile.
La percentuale dei ginecologi obiettori nel 2014 era del 69,4%. In 7 ospedali lo era la totalità (Calcinate, Iseo, Gavardo, Oglio Po, Melzo, Broni-Stradella e Gallarate). In 12 ospedali la percentuale di obiezione era tra l’80% e il 99% (per esempio Fatebenefratelli e Niguarda di Milano) e solo in 8 strutture è inferiore al 50%. Per i dettagli qui.
Per sopperire a queste carenze si ricorre ai medici gettonisti esterni: il costo nel 2014 è stato di 255.556 euro. Non si tratta di un danno considerevole? Ma con questa mancanza anche i tempi di attesa si allungano: la Lombardia è sedicesima per i tempi di attesa tra la certificazione e la data dell’intervento. Questo anche perché solo il 65% delle strutture che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia effettua Ivg. Una sorta di percorso ad ostacoli quindi.
La relazione del 2015 ha evidenziato anche i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, rilevando come non emergano criticità nei servizi, perché ogni non obiettore in media si ritrova ad effettuare 1,6 interruzioni a settimana, e non arriva mai alle 10 Ivg a settimana.
carico-di-lavoro-settimanale-per-non-obiettorecarico-di-lavoro-settimanale-per-non-obiettore
evoluzione-storica-ivg-non-obiettoriDall’analisi del ministero poi sembrerebbe che non ci sia una relazione tra numero di obiettori e tempi di attesa. La ministra Lorenzin continua a sostenere che le difficoltà siano legate solo ad alcune strutture, a singole aziende sanitarie. Ricordiamo tutti il caso di Trapani, quando era andato in pensione l’unico medico non obiettore.
La legge prevede il diritto di obiezione solo per i singoli medici, non per intere strutture, significa che ognuna di queste dovrebbe essere in grado di garantire comunque il servizio. Invece accade come a Catania che ci sia il 100% di medici ginecologi obiettori. A Catania quattro ginecologi su 65 non sono obiettori e si fa largo il sospetto che si abortisca privatamente a pagamento e che le Ivg figurino sotto altre operazioni.
In Europa la situazione è variegata. In Svezia non esiste. In Francia le strutture pubbliche hanno l’obbligo di fornire le Ivg, in Gran Bretagna solo il 10% degli medici sceglie volontariamente di non praticare Ivg.
In un contesto italiano di questo tipo:
– in cui manca un’educazione capillare alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, che siano declinate al femminile e al maschile;
numerosi contraccettivi ormonali sono passati dalla fascia A esente a C a pagamento;
– con cifre di obiezione che spingono alla migrazione interregionale per poter ottenere nei tempi di legge una prestazione prevista nei LEA;
– con consultori che salvo rare eccezioni, sono in sofferenza e con servizi variegati da regione a regione;
l’uso della RU-486 (aborto farmacologico) è ancora molto basso: i tre giorni di ricovero non fanno decollare questa modalità;
– donne migranti senza permesso di soggiorno, spesso schiave della prostituzione e vittime di tratta, senza documenti, che ricorrono agli aborti clandestini per paura di rivolgersi alle strutture ospedaliere;
– kit faidate per abortire acquistabili online;
– numeri del Ministero che tendono a sottostimare il fenomeno del ritorno consistente degli aborti clandestini (aumentano gli aborti spontanei, di cui una percentuale è sicuramente addebitabile ad aborti casalinghi finiti con l’arrivo in pronto soccorso per gravi emorragie o infezioni);
cosa è prioritario per lo Stato? Le donne sono considerate cittadine a pieno titolo, meritevoli degli stessi diritti, tutele, garanzie? La difesa della nostra salute e la nostra vita sono priorità oppure possono essere messe in secondo piano per ragioni ideologiche?
Esprimo la mia vicinanza alla famiglia di Valentina Milluzzo, deceduta al quinto mese di gravidanza, all’ospedale Cannizzaro di Catania. Una tragedia su cui è stata aperta una inchiesta. Non sappiamo cosa sia successo. Adesso è tutto nelle mani della magistratura. Resta da interrogarsi su protocolli, ritardi, sottovalutazioni, negligenze, eventuali lacune nei monitoraggi. Spero che emerga la verità e non si cerchi di coprire eventuali responsabilità. Chiediamo giustizia per questa donna che ha perso la vita. Verifichiamo se l’obiezione possa in qualche modo aver influito sulle scelte mediche, sui tempi di intervento. Indaghiamo se applicando alla lettera i protocolli non si sia voluto salvaguardare i feti anche a scapito della vita della gestante, rinviando l’induzione del travaglio. Vorremmo che la vita della donna avesse sempre un valore prioritario e non fosse subordinato a scelte religiose o ideologiche. Lo dobbiamo a Valentina, perché non accada più ciò che è accaduto a lei, perché la vita delle donne non venga messa a rischio in questo modo. I gemelli non sarebbero sopravvissuti, ma ci chiediamo se con un intervento più tempestivo si sarebbe potuta salvare la vita di Valentina. Su questo ci auguriamo che venga fatta piena luce.
Ricordo una importante sentenza 27/75 della Corte Costituzionale del 1975, quindi precedente alla 194: “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi é già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare.” Veniva dichiarata la “illegittimità costituzionale dell’art. 546 del codice penale, nella parte in cui non prevede che la gravidanza possa venir interrotta quando l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo, grave, medicalmente accertato nei sensi di cui in motivazione e non altrimenti evitabile, per la salute della madre.” Stabiliva la «differenza» tra un embrione e un essere umano e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro.

Inoltre secondo la Cassazione “il diritto di obiezione di coscienza «non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento» in quanto «il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita». (Sentenza 2 aprile 2013, n.14979)

Nel solco tracciato dall’art. 9, comma 3 l. n. 194 del 1978, “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”, la Cassazione ha tracciato un confine netto: l’obiezione può essere invocata solo con riguardo alla fase propriamente causativa dell’aborto, sempre che la partoriente non corra pericolo di vita, ma non nelle fasi che precedono e seguono l’intervento di interruzione della gravidanza; diversamente, il medico incorre nel delitto di rifiuto d’atti d’ufficio.

Tutto dipende da quando il medico ravvisa il pericolo per la vita della donna, confine difficile da tracciare soprattutto quando si ha un approccio ideologico.

Chiediamo che venga istituito un registro delle morti materne.
Chiediamo che si avvii una seria indagine sull’obiezione di coscienza e sull’applicazione della 194, con regole e criteri nuovi che si avvalgano della collaborazione di medici e di associazioni come la Laiga, che sappiano evidenziare criticità, in modo che si interventa per sanarle. Non si può attendere oltre. Valutiamo la richiesta di IVG, ovvero quante donne richiedono questo intervento e quante trovano risposta alla loro richiesta nelle strutture pubbliche o convenzionate: in caso di incongruenze dovrebbero scattare verifiche e indagini. Nonostante si neghi, i problemi ci sono, anche l’Europa  (qui e qui) è intervenuta ripetutamente e siamo tuttora sotto monitoraggio.
Poi leggi che esiste anche una proposta di legge (qui), presentata da Luigi Gigli, presidente del Movimento per la vita, eletto con Scelta Civica e ora approdato nel gruppo di Democrazia solidale – Centro democratico, e Mario Sberna (stessi slalom politici). Una proposta che vuole introdurre l’obiezione di coscienza anche per i farmacisti. Scopri che si fanno anche convegni (qui e qui) in merito.
Nel testo della proposta si parla di: “Ogni farmacista titolare, direttore o collaboratore di farmacie, pubbliche o private” può “rifiutarsi, invocando motivi di coscienza, di vendere dispositivi, medicinali o altre sostanze che egli giudichi atti a provocare l’aborto”. Come giustamente sottolinea Lisa Canitano: “non esistono farmaci abortivi venduti in farmacia”, quindi viene da pensare che si voglia bloccare la vendita di farmaci che non sono abortivi, ma semplici contraccettivi ormonali o  d’emergenza, a seconda della libertà di (in)coscienza del farmacista.
Immaginiamoci in un piccolo centro, in cui c’è un’unica farmacia. Immaginiamoci cosa accadrebbe nel caso in cui il farmacista dovesse essere obiettore. Già ora alcuni cercano di fare i furbi e di non rispettare la normativa su dei semplici contraccettivi quali sono le pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo. Tutto questo deve finire. Il corpo delle donne non deve essere un campo di battaglia, non dobbiamo più subire. Diamoci una mossa e uniamo le forze per combattere questo medioevo di ritorno.
Speriamo che come altri progetti di legge che giacciono fermi, anche questo resti immobile a prendere polvere. Al contempo dobbiamo chiedere con forza provvedimenti che aiutino a regolamentare una volta per tutte le quote di personale obiettore e non.
Cercasi laicità fuori e dentro le istituzioni, ovunque sia finita. Perché no, non sono tranquilla.
Anche questa è violenza contro le donne.
PRETENDIAMO che questa VIOLENZA sulle donne abbia fine, perché se la 194 non viene applicata o abbiamo dei servizi non garantiti, siamo noi donne a subirne le conseguenze sulla propria pelle. E tornano le ombre della clandestinità, dei farmaci abortivi venduti su internet: non più ferri da calza, mammane, ma pillole antiulcera che vengono assunte in dosi massicce. Sapete cosa comporta tutto questo? Emorragie interne e rischio per la vita.
Anche quest’anno ci dovremo sorbire la litania che gli aborti sono in calo, che pertanto i medici non obiettori sono in numero più che sufficiente per far fronte alle richieste di IVG. Anche quest’anno metteremo sotto il tappeto il ritorno preoccupante degli aborti clandestini. Anche quest’anno ci chiederemo se fidarci dei metodi di raccolta ed elaborazione dati della relazione annuale ministeriale sull’applicazione della 194. Anche quest’anno ci chiederemo cos’altro ci aspetta, dove si insinueranno gli obiettori. Anche quest’anno ci troveremo a combattere per un diritto che pensavamo acquisito, ma non è del tutto ancora certo.
Non conto più le parole che ho scritto su questi temi, ogni volta è doloroso riflettere che passa il tempo e le cose peggiorano. Sembra un dolore che cade nel vuoto, che nessuno raccoglie per cambiare davvero le cose.
Non vogliamo tornare a quando nel codice penale l’aborto volontario era rubricato come “delitto contro l’integrità della stirpe”.
Torniamo a chiedere che la 194 venga attuata, non possiamo restare indifferenti a ciò che accade.
Come le donne polacche, che domani torneranno nuovamente in piazza, anche noi ci manifesteremo per dire no a questa e a tutte le altre forme di violenza sulle donne: il prossimo 26 novembre tutte a Roma!Non una di meno!
Ascoltiamo le donne, sosteniamole, non lasciamole sole!
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Per approfondire:
La carta dell’IPPF sui diritti sessuali e riproduttivi (1995) e altri documenti: QUI
Il documentario Obiezione vostro onore
Sull’aborto terapeutico: “Abortire tra gli obiettori” di Laura Fiore, Tempesta editore. Il blog e un’intervista.

Istruzioni per la foto profilo facebook

Se vuoi avere la foto profilo facebook con il banner Non una di meno devi:

  1. Scaricare uno dei banner che trovi qui
  2. Andare sul sito: https://www.befunky.com/create/;
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  4. Cliccare sul lato sx “Gestione Livello”;
  5. Aggiungi Livello;
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  7. Regolare il grado di opacità;
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  9. Salvare la foto con il banner e caricarla su Facebook

 Et voilà, il gioco è fatto!

Report dell’assemblea nazionale Non Una di Meno – Roma 8 ottobre 2016

NON UNA DI MENO!

Verso la mobilitazione nazionale delle donne contro la violenza di genere

tutte a Roma il 26-27 novembre

Report dell’assemblea nazionale – Roma 8 ottobre 2016

  

Prima di qualsiasi considerazione viene il ricordo di chi non è potuta essere con noi, eppure era presente come lo sarà in tutte le nostre lotte.

Ciao Silvia, che la terra ti sia lieve.

Oltre cinquecento donne, provenienti da tutta Italia, si sono ritrovate l’8 ottobre presso la facoltà di Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, nell’assemblea del percorso nazionale contro la violenza maschile sulle donne “Non Una di Meno”.

Un’assemblea ricca di decine di interventi ha reso la complessità di analisi e di proposta sul fenomeno della violenza di genere, e ha portato all’articolazione di diverse proposte sul tema. Si è definita una lettura sfaccettata della violenza: non come fatto privato, che avviene unicamente tra le mura domestiche, ma come fenomeno continuamente generato e riaffermato anche dalle politiche istituzionali – educative, sociali ed economiche – e dalle narrazioni tossiche prodotte dai media. La violenza sulle donne, quindi, non può più essere trattata in termini emergenziali e securitari, laddove si tratta di un problema complesso, stratificato e, quindi, strutturale.

Con forza anche le donne dei centri antiviolenza, nati dal movimento femminista, hanno sottolineato in molti interventi come la violenza maschile sulle donne sia un fatto sistemico, che può essere affrontato solo con un cambiamento culturale radicale che contrasti anche il tentativo di istituzionalizzazione degli stessi centri antiviolenza, trasformandoli in luoghi di accoglienza neutri delle donne, riaffermando piuttosto il loro ruolo politico di agenti di cambiamento.

Sono state richiamate le lotte delle donne argentine, che proprio in coincidenza con l’assemblea romana hanno dato avvio, in oltre 50000, al loro incontro nazionale a Rosario, per rilanciare la campagna “Ni Una Menos” con un’unica grande data di mobilitazione continentale; così come molteplici sono stati i riferimenti alle donne polacche e curde, come esempio della potenza e della portata generale che lotte articolate da un punto di vista di genere e femminista possono assumere a partire dalla loro specificità, sino a rappresentare l’unica opposizione reale alla torsione antidemocratica in atto ormai a livello globale.

Con questa aspirazione, l’assemblea ha espresso la volontà di costruire un grande corteo nazionale il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un corteo che attraversi Roma e che valorizzi appieno il protagonismo delle donne e le rivendicazioni di cui sono portatrici.

Le donne non vogliono essere più rappresentate come vittime e vogliono attraversare e determinare lo spazio pubblico e politico in piena autonomia. È stata in tal senso espressa la volontà di vigilare e contrastare eventuali strumentalizzazioni da parte dei media e delle forze politiche. Questo obiettivo va perseguito assicurando la massima visibilità alle donne e non alle organizzazioni politiche e sindacali (l’indicazione è quindi di scendere in piazza senza bandiere e simboli identitari).

Contro il sistema sociale, economico, politico e culturale che produce la violenza nelle forme del  sessismo, della transomofobia e del razzismo in ogni ambito della nostra vita, sarà un corteo delle donne, aperto però a tutt* coloro che assumono la violenza di genere come problema prioritario nei processi di trasformazione dell’esistente.

L’intento è quello di non celebrare una scadenza in maniera rituale, per quanto ampia, bella e potente possa essere, ma di fare del 26 un punto di partenza di un percorso di lunga durata capace di proporre un Piano Femminista contro la violenza di genere e di aprire un processo di mobilitazione ampio che tocchi tutti gli aspetti dell’autodeterminazione femminile.

Per questo si è convocato, sempre a Roma, un secondo momento di discussione nazionale il 27 novembre, che si articolerà in tavoli tematici e workshop per iniziare a lavorare tutte insieme e redigere il piano di proposta:

I tavoli proposti sono i seguenti:

  1. La narrazione della violenza attraverso i media: come immaginarne un ribaltamento in chiave femminista
  2. Educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità: la formazione come strumento di prevenzione e contrasto alla violenza di genere
  3. Diritto alla salute, libertà di scelta, autodeterminazione in ambito sessuale e riproduttivo
  4. Piano legislativo e giuridico
  5. Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e processi di autonomia
  6. Femminismo migrante
  7. Lavoro e accesso al Welfare
  8. Sessismo nei movimenti

La campagna di avvicinamento alla mobilitazione nazionale del 26 e 27 sarà scandita da una giornata coordinata di iniziative dislocate nelle varie città, la cui data rimane da fissare; il blog https://nonunadimeno.wordpress.com/ sarà strumento di condivisione dei materiali e di coordinamento e diffusione delle iniziative di promozione, approfondimento e finanziamento del corteo nazionale del 26 e dell’assemblea del 27 novembre.

Senti la registrazione audio dell’assemblea a cura di Radio Sonar

SoS GraFica!

Questa è una messa in mezzo collettiva!
Verso il 26 novembre mettiamoci in gioco e costruiamo insieme il corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne.. manda il tuo contributo per far crescere la mobilitazione #Nonunadimeno.
Se ti va di disegnare, giocare con la grafica, fare scritte sui muri, esporre uno striscione o un cartello (o quello che ti pare!), mandaci il tuo contributo come file jpeg, caricandolo direttamente sull’evento facebook apposito  o mandandoceli via mail, accompagnato da:

  • l’hashtag #nonunadimeno
  • luogo e data: 26 novembre h 14 piazza della repubblica, roma
  • una frase breve, uno slogan, uno stornello.. insomma dicci cos’è per te la violenza di genere, perché ci sarai, perché è importante lottare!

Women’s Strike -Roma

Le donne polacche in questi giorni ci hanno dimostrato la forza, la bellezza e la capacità di lottare, di autorganizzarsi e perchè no anche di vincere! Sosteniamo fortemente la loro battaglia, perchè l’autodeterminazione delle donne contro ogni forma di violenza, anche quella di Stato è la nostra lotta. Le donne hanno ripreso parola e si stanno mobilitando in tutto il mondo, Non una di meno Italia è parte di questa dimensione. Ci siamo messe in cammino e non è possibile fermarci!
Il 24 Ottobre tutte insieme sotto l’Ambasciata Polacca presso la santa sede (Via dei Delfini 16)!
#mybodymychoice #NiUnaMenos

These days polish women have shown us the strength, the beauty and the ability to self-organize to fight and why not even win! We strongly support their fight, because the self-determination of women against all forms of violence, even that state violence is our struggle. Women have taken the word and are mobilizing around the world, Non una di meno Italia is part of this dimension. We have started and no one can stop us!
On October 24 All together under the Polish Embassy on October 24 at the Holy See (Via dei Delfini 16)!
#mybodymychoice #NiUnaMenos

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L’obiezione di coscienza uccide

tratto da Dinamo Press

di Infosex

Una donna di 32 anni è morta a Catania in seguito a complicanze della sua gravidanza: il medico si sarebbe rifiutato di intervenire perché obiettore di coscienza

Tutte abbiamo avuto più o meno a che fare nella nostra vita con degli obiettori di coscienza: quando ci è servita la pillola del giorno dopo, negata al pronto soccorso pubblico dove siamo andate in piena notte; quando abbiamo cercato di comprarla e il farmacista si è rifiutato di venderla; quando abbiamo deciso di abortire ed era impossibile trovare un medico che effettuasse l’operazione. Queste esperienze – subite da moltissime donne – rappresentano delle vere e proprie umiliazioni, nonché la negazione esplicita di quell’universale diritto alla salute definito dal Sistema Sanitario Nazionale: vedersi rifiutate le cure in una struttura pubblica non è proprio una stella al merito nell’avanzamento della civiltà.

Nel caso di Valentina Milluzzo – una donna di 32 anni incinta di 2 gemelli grazie alla fecondazione medicalmente assistita – entrare in un ospedale è stato addirittura fatale. Ancora non sono chiarite le cause della morte della donna e dei feti. C’è di certo che sarebbe stato necessario intervenire tempestivamente con un aborto terapeutico d’emergenza che avrebbe salvato la vita di Valentina, laddove invece le condizioni dei feti erano già irrimediabilmente compromesse. Invece Valentina è stata lasciata agonizzare per ore, come testimonia il marito, per l’indisponibilità del medico a intervenire finché il battito di entrambi i feti non fosse cessato.

Nonostante l’aborto in Italia sia garantito e normato dalla legge 194, gli obiettori di coscienza invece che diminuire sono aumentati nel corso del tempo rendendo di fatto inapplicata e inapplicabile una conquista fondamentale delle donne in Italia. In alcune regioni, come il Lazio o la Lombardia, è ormai molto difficile abortire, mentre in Sicilia – la regione in cui viveva Valentina Milluzzo – è praticamente impossibile. L’avanzata dell’obiezione nei reparti di ostetricia e ginecologia è spesso determinata da una scelta di comodo per la carriera – è gioco-forza rimanere marginalizzati nei repartini quando i medici non obiettori si contano ormai sulla punta delle dita. I reparti in cui si pratica l’IVG (anche terapeutica) chiudono uno dopo l’altro e non c’è direzione ospedaliera, ente regionale o ministero della Salute a provvedere alla continuità di un servizio fondamentale per la vita delle donne. A ciò si accompagna il disinvestimento nella formazione per cui i futuri medici ginecologi non sapranno proprio più come si pratica una IVG.

Il caso di Valentina è diverso, dice il primario di Ginecologia e Ostetricia del Cannizzaro: non si tratta di aborto volontario e quindi non c’entra che il medico sia un obiettore. Sarebbe un’ancor più grave omissione di soccorso per un caso di aborto spontaneo. Si, Valentina quei figli li voleva, ma voleva vivere, aggiungiamo noi.

Il punto è che si torna a morire di aborto, di setticemia o di parto – come accade sempre più spesso – ed è un fatto sconcertante quanto inaccettabile. Le indagini sulla morte di Valentina Milluzzo sono in corso, e non è chiaro se ci troviamo di fronte a un gravissimo caso di malasanità o di fronte a un vero e proprio omicidio. Probabilmente si tratta di entrambe le cose. Fatto sta che negli ultimi anni i finanziamenti dello Stato rivolti ai servizi sanitari pubblici sono drasticamente diminuiti, portando a un peggioramento delle prestazioni rivolte alla popolazione, in particolare per quanto riguarda la salute delle donne, e ad una conseguente riduzione dell’accesso ad esse. Con l’avanzare della crisi economica e con il dilagare delle politiche di austerity, il Sistema Sanitario Nazionale è stato oggetto di tagli lineari e indiscriminati (tanto che addirittura i chirurghi si lamentavano del fatto che venissero comprati bisturi scadenti che non incidevano…). . Non è assolutamente chiaro quale sia il finanziamento previsto dalla legge di stabilità per la sanità, tra stanziamenti diretti e tagli ai trasferimenti regionali. Si vocifera inoltre, che il governo di Matteo Renzi abbia deciso di diminuire di un ulteriore miliardo e mezzo i fondi destinati alla sanità pubblica. Tutto questo a fronte di una massiccia avanzata di strutture private convenzionate che assorbono quote sempre più consistenti di fondi pubblici, mentre le strutture sanitarie pubbliche diventano sempre più inefficienti, dequalificate e costose per i pazienti. D’altronde quando aumenta il costo dei ticket e le attese nei presidi pubblici sono infinite, la soluzione, per chi se lo può permettere, è quella di rivolgersi al privato. È così che viene progressivamente smantellato il Sistema Sanitario Nazionale e la salute diventa un business, non un diritto fondamentale da garantire a tutti.

In quest’ultimo periodo le donne sono diventate bersagli di una violenza senza precedenti: fisica, verbale, psicologica, lavorativa e anche “sanitaria”. Si, perché la violenza non riguarda solo i femminicidi – uccisioni volontarie da parte di uomini ossessionati dalla cultura del possesso – ma anche casi come quelli di Valentina, uccisa da un medico che non ha voluto salvarle la vita. Anche l’obiezione di coscienza è violenza, nel momento in cui pongono di nuovo in contraddizione la libertà di scelta delle donne e la loro stessa vita. Parliamo del caso di Valentina ma parliamo anche del ritorno all’aborto clandestino, in particolare tra le adolescenti e le immigrate, e del suo carico di morte.

Ragazze di 16 anni violentate, impalate e uccise; ragazze di 30 che si suicidano perché gli amici mettono sul web un video mentre fanno sesso; donne bruciate vive, uccise da una coltellata o da un colpo di pistola. Donne sfregiate con l’acido, donne che muoiono in un ospedale perché il medico si rifiuta di farle abortire. La violenza ha molte facce: è tempo di distruggerle tutte.

Per questo il 26 Novembre saremo in piazza a Roma, al grido #NonUnaDiMeno; e il 27 Novembre ci ritroveremo assieme per costruire dal basso un’alternativa reale a questa cultura fatta di sessismo.

Se il Medioevo è già qui, anche le Streghe tornano ad invadere le strade.