Cantiamo della libertà delle donne, non della loro morte

Eri stata avvertita ricordi quegli scleri / Io te lo avevo detto avevo dei problemi seri / E ora hai paura perché tutti quei brutti pensieri / Da qualche giorno hanno iniziato a diventare veri / E adesso guido verso casa tua che vivi a Monza / Pieno di cattive idee dettate da un sbronza / Volevo abbassare le armi ora dovrò spararti / Non mi dire di calmarmi è tardi stronza / Fanculo il senso di colpa non ci saranno sbocchi / Voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi / Io c’ho provato e tu mi hai detto no / E ora con quella tua testa ti ci strozzerò

Queste sono le parole con cui si conclude il brano Tre messaggi in segreteria di Emis Killa, presente all’interno dell’album che verrà presentato oggi, 19 ottobre, a San Babila, Milano.
Il rapper ha affermato di aver scritto questo brano con lo scopo di sollevare l’attenzione pubblica sul tema della violenza sulle donne. Tuttavia ci preoccupano le modalità con cui ha scelto di parlare di un argomento tanto delicato.

In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa e nell’ottanta per cento dei casi il colpevole del femminicidio è il suo partner. In Italia sono 6milioni e 788mila le donne che, nell’arco della loro vita, subiscono un abuso fisico e\o sessuale, il che significa una donna su tre. I dati Istat del 2015 non possono invece rilevare gli abusi non dichiarati, le violenze di genere non denunciate, e tutte quelle situazioni terrificanti che rimangono dietro la porta di casa. Non possono inoltre rivelare gli innumerevoli casi di donne maltrattate, abusate, violentate che faticano più d’altre a intraprendere un percorso di uscita dalla violenza.

L’argomento va toccato, va analizzato. In Italia – come ovunque – è necessario parlare di violenza sulle donne proprio per trovare meccanismi in grado di smontarla, di decostruirla e proprio per trovare strumenti con cui educare alla sua prevenzione. Quello che assolutamente non va, nel testo di Emis Killa, non è tanto la volontà di parlare di un argomento così rilevante, ma senz’altro il modo in cui il cantante ha scelto di farlo.

Perché parlarne in prima persona e soprattutto assumendo il punto di vista del femminicida?
Perché non ribaltare la narrazione suggerendo alle ascoltatrici e alle fan che dalla violenza si può uscire?

Immaginate per un attimo lo sgomento che si sarebbe generato se Emis Killa avesse invece voluto parlare non di violenza sulle donne ma di pedofilia: ve la immaginate una canzone in cui parla in prima persona del desiderio di abusare di un\una bambino/a? E vi immaginate invece se avesse scelto di parlare in prima persona della volontà di massacrare di botte un/una migrante? Vi immaginate se avesse voluto problematizzare col suo testo l’olocausto descrivendo in prima persona il desiderio di un nazista di uccidere un/una ebreo/a? Potremmo andare avanti all’infinito. Avremmo trovato accettabile una canzone così?

Quello che colpisce in questa storia non è soltanto il testo, grave e inquietante, ma anche il numero di tutte e tutti quelle/i che che sostengono che cantare di violenza sulle donne – in questi termini – sia accettabile mentre parlare di abusi su bambini/e non lo sia.

Interroghiamoci sui motivi che ci spingono a sottovalutare un brano che parla di femminicidio, a giustificarne uno che parla di violenza di genere e di stalking sostenendo che si tratti “solo di una canzone”. Domandiamoci come mai invece vengano aperte giuste polemiche nel momento in cui il soggetto oppresso, violentato, ucciso è un altro.
Quanto è inquietante inoltre immaginare il prossimo concerto di Emis Killa con migliaia di persone che all’unisono intonano la frase “preferisco saperti morta che con un altro”?

A noi fa venire i brividi, perché sappiamo che la violenza di genere è una questione seria, che ci tocca tutte da vicino, a cui tutte passiamo accanto almeno una volta nella vita – una, se siamo fortunate.
A noi fa venire i brividi perché sappiamo che non tutti/e hanno purtroppo gli strumenti per scindere una “semplice” canzone da un aperto suggerimento. Perché sappiamo che la violenza sulle donne è una questione di vita o di morte.

Oggi Emis Killa presenta il suo nuovo album e questa canzone.
Oggi in Argentina le donne di tutto un paese si sono fermate, scioperano dal lavoro o dallo studio e scendono per le strade al grido #NiUnaMenos perché scosse dall’ennesimo caso di femminicidio e di stupro, questa volta subito della quindicenne Luisa Perez.
Oggi a Milano contestiamo un testo che reputiamo violento.

Perché siamo stufe di essere le vittime, perché rivogliamo indietro la nostra indipendenza e le nostre vite, perché è di questa rabbia, di questa ribellione, di questa libertà che vogliamo cantare tutte assieme, e farci sentire sin dall’altra parte dell’oceano.

Il 26 novembre, a Roma, parteciperemo al corteo nazionale contro la violenza di genere: non accetteremo che la violenza sessista e machista porti via un’altra di noi e il nostro canto, non a caso, in quell’occasione sarà #NonUnaDiMeno.

Fermiamo la violenza sulle donne e chi la istiga.

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