La rottura del quotidiano: allegria, ribellione e repressione al corteo delle donne in Argentina

tratto da Dinamo Press

 di Elisa Gigliarelli e Francesca Belotti
Impressioni e riflessioni dal 31° incontro nazionale delle donne in Argentina: a Rosario lo scorso fine settimana si sono incontrate 70mila donne per tre giorni di dibattiti, laboratori, feste e un moltitudinario corteo contro le violenze genere, che alla fine viene attaccato con i lacrimogeni dalla polizia.
Ascolta la corrispondenza di Francesca Belotti ai microfoni di Radio Onda D’Urto dopo la manifestazione di Rosario.

L’8, 9 e 10 ottobre Rosario (Argentina) ha ospitato il 31° Encuentro Nacional de Mujeres. La città è stata invasa da oltre 70mila donne che hanno occupato scuole, palestre e piazze con 120 eventi diversi tra seminari, workshop, fiere, radio popolari, musica ed esibizioni. La domenica sera un corteo multitudinario ha sfilato per oltre quaranta isolati reclamando diritti, sanzionando i luoghi-simbolo del patriarcato. Dulcis in fundo, una grave repressione dispiegata dalle forze di polizia.

[…] le mobilitazioni e le lotte, quando vengono veramente dal basso, assomigliano alle feste, sono imprese collettive dove ciò che si è accumulato nei tempi normali si dissipa alla ricerca di un obiettivo deciso in comune. Così, risulta che il tempo di rottura del quotidiano, che sia nella festa, che sia nella ribellione, è abitato dal collettivo, dal tumultuoso, dall’inedito, dall’eccessivo e dal rischioso. (“Los ritmos del Pachakuti”, Raquel Gutiérrez Aguilar)

Proprio qualche giorno fa discutevamo con Raquel Gutierrez Aguilar, durante il dibattito presso lo spazio sociale femminista Tierra Violeta a Buenos Aires, dell’importanza del “tra-donne” come spazio relazionale privilegiato per politicizzare il personale (marcando i limiti di “ciò che non siamo più disponibili a sopportare”) e personalizzare il politico (introiettandolo nelle situazioni di contenimento e appoggio di cui abbiamo bisogno, leggendo l’intimità in questa prospettiva). Parlavamo, peraltro, della fluidità dei movimenti, dove si nasconde sempre la possibilità di rilanciare discorsi e pratiche che rompano lo status quo e costruiscano autonomia. Con questa sensazione siamo arrivate a Rosario lo scorso fine settimana: una grande festa, una catartica ribellione, una rottura del quotidiano.

Questo è stato il 31° Encuentro Nacional de Mujeres: un evento unico al mondo in cui oltre 70mila donne hanno inondato e occupato la città; incontrandosi, appunto. Per le strade di Rosario circolavano rabbia e allegria, parole e silenzi, colori e suoni. Insomma, ci si incontrava tra corpi in movimento.

I talleres: tra questioni e prospettiva “di genere”

L’incontro ha ospitato circa 70 tavoli tematici di cui alcuni si sono articolati intorno a questioni puntualmente di genere (cioè questioni che nascono per e in funzione delle differenze di genere, tali come il diritto a un aborto libero e sicuro o la lotta contro la violenza sui corpi in tutte le sue manifestazioni, tra cui il femminicidio e travesticidio), mentre altri hanno trattato problematiche sociali e politiche più estese, adottando però una prospettiva di genere (in altri termini, problemi i cui effetti e le cui soluzioni marcano differenze di genere, tali come il saccheggio ambientale, la costruzione dell’agenda mediatica, i diritti lavorativi). La partecipazione è stata straordinaria, superando tutte le previsioni. I tavoli, che per metodo non contano più di quaranta persone per favorire la partecipazione di tutte, si sono dovuti dividere in quattro, cinque, fino a quindici gruppi di discussione attorno ad una sola tematica, strabordando a poco a poco tutte le aule delle 15 facoltà universitarie e scuole superiori messe a disposizione o ricomponendosi in piccole assemblee spontanee che punteggiavano i prati antistanti ed i patii interni degli edifici.

La presentazione di assi tematici così variegati, che spaziavano dall’educazione al sindacalismo, dal diritto alla casa alle relazioni di coppia, ha creato una grande costellazione di dibattiti in cui donne di tutte le provenienze geografiche, estrazioni sociali e posizioni politiche si sono incontrate per esprimersi e riflettere assieme. Lavoratrici, disoccupate, docenti, casalinghe, sex workers, contadine, indigene, attiviste, lesbiche, transessuali, migranti, studentesse, parenti delle vittime di femminicidio hanno, tutte, trovato uno spazio di confronto e riflessione. Molte erano alle prime assemblee, altre venivano da contesti duri: tutte a confrontarsi su come affrontare il machismo nelle proprie realtà. Questa è senza dubbio la più grande ricchezza che restituisce l’incontro.

L’affiatamento, la cura, l’inclusione hanno favorito l’apertura di uno spazio che non smette di crescere. In ogni assemblea c’era modo di gridare, condividere, piangere, commuoversi, ma soprattutto farsi forza ed organizzare. Da lì sono stati lanciati diversi percorsi di lotta. Per esempio, la campagna “NiUnaMenos” contro i femminicidi (che intanto sta sbarcando anche in Italia con lo slogan “NonUnaDiMeno” in vista della manifestazione nazionale del 26 novembre) per il 2017 si è proposta di creare una rete federale e coordinare le manifestazioni a livello continentale, cercando così di tenere insieme le diverse esperienze che si stanno organizzando nel continente (come, per esempio, quella peruviana che nell’agosto scorso ha visto scendere in piazza migliaia di donne contro la violenza di genere e il femminicidio). Altro grande tema è stato quello della violenza sui corpi: l’Argentina, infatti, è un paese estremamente maschilista, pervaso da una cultura patriarcale che attraversa indistintamente governi progressisti e conservatori e che si ripercuote immediatamente sui corpi delle donne. Per questo l’empowerment permanente e la ricerca di meccanismi di autotutela giocano un ruolo chiave nella costruzione di un rifiuto e di una indignazione collettiva. Non a caso, l’ubicazione dell’incontro cerca di soddisfare anche l’esigenza di intervenire (“rompere il quotidiano”, per dirlo con Raquel) in contesti geografici fortemente attraversati dalla violenza machista (lo scorso anno, per esempio, le organizzazioni sociali rosarine hanno denunciato diversi episodi presso istituzioni sorde, indifferenti, inerti: da lì sorse la proposta di ospitare l’incontro di quest’anno a Rosario).

Sul fronte del lavoro si sono moltiplicati gli stimoli alla creazione di commissioni indipendenti per garantire la salute e per contrastare gli abusi sul lavoro. È stata poi forte la determinazione a conquistare quote e ruoli di rappresentatività maggiore nei sindacati. Numerosi anche i confronti sulle pratiche di lotta messe in atto per ottenere più asili nido. Amplia ed approfondita l’analisi degli effetti della povertà, la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro femminile. Sul fronte dell’educazione, le insegnanti delle scuole si sono lasciate promettendo di dare battaglia contro le valutazioni esterne degli istituti: un problema che ci ricorda quanto è piccolo il mondo ai tempi dell’aziendalizzazione dell’apprendimento.

Non sono mancati poi workshop di confronto specifico su cultura ed arte, sull’educazione sessuale, sulla salute fisica e mentale e sulle terapie alternative. Si sono moltiplicati i corsi di autodifesa e yoga per liberare energie ed aumentare le connessioni. Le compagne della Red Nacional de Medios Alternativos sono riuscite a raccogliere brevi testimonianze durante l’incontro (trasmesse già da Radio Semilla) e tra qualche giorno saranno disponibili i resoconti integrali a carico della Commissione Organizzatrice.

La marcha: cronaca di una repressione decisa a priori

La domenica oltre 70mila persone hanno attraversato la città in un corteo innervato di mistica ed energia, dove i corpi si muovevano liberi e ribelli, a ritmo di trombe e di candombè, tra nudità, parrucche, scope da streghe e passeggini. Il corteo si snodava per ben quarantadue isolati. La straordinaria capacità organizzativa, l’estensione con cui la partecipazione si canalizza da tutto il paese e con cui le campagne si moltiplicano mostrano qualcosa che fino ad ora non era scontato: le questioni rivendicate dai femminismi si stanno facendo massive.

Abbiamo percorso le strade gridando, cantando, sanzionando le cliniche private, dove l’aborto è riservato alle ricche, o le sedi del potere giudiziario, a cui in centinaia di donne ogni anno si rivolgono per denunciare casi di violenza senza trovare alcun aiuto. Sono 275 i femminicidi registrati lo scorso anno; incommensurabili le accuse per abusi sessuali. Sono 1.200 le donne che ogni giorno abortiscono in maniera clandestina, mettendo a rischio la loro vita (solo nel 2014 si sono registrate in Argentina 43 morti per aborto clandestino). Infatti, in Argentina si può abortire solo se la salute è gravemente a rischio o se si è vittime di violenza sessuale. Per questo, “Aborto legale nell’ospedale!” è il grido che si levava più forte dal corteo e si leggeva ovunque. Già dal 2005 oltre 300 organizzazioni avallate da deputate di diverse fazioni politiche portano avanti una Campagna per l’Aborto libero, legale e gratuito, auto-organizzano spazi di consulenza, soccorso e accompagnamento per facilitare l’accesso all’uso della pillola abortiva in ospedale.

Provando a ricostruire.Alle 22, mentre la testa del corteo era già arrivata a destinazione finale (il monumento alla Bandiera), il resto del corteo sfilava e, una parte di esso, si è avvicinata alla Cattedrale per denunciare pubblicamente il potere ed il ruolo che la Chiesa esercita sulle nostre vite. Ogni anno, la Cattedrale rappresenta simbolicamente un luogo-chiave perché incarna la disputa delle mobilitazioni popolari per l’egemonia nella rappresentazione -sempre casta e di conduzione superiore e maschile- e che, guarda caso, era ben protetto (letteralmente) dallo Stato e le forze dell’ordine. Infatti, l’edificio era circondato da uno sparuto gruppo di uomini ultra cattolici e, a complemento, la polizia schierata. Una compagine interessante, messa lì a difendere il matrimonio storico tra Stato e Chiesa. Fino a quel momento, nessuna azione era stata perpetrata da parte delle manifestanti nei confronti dell’edificio. Piuttosto, prendevano forma certi artifici pensati ad arte e messi in scena dalle forze dell’ordine: davanti alla celere, armata, una poliziotta, lasciata sola e senza protezioni. Al primo cenno di impazienza da parte del corteo, le cartucce verdi dei proiettili di gomma sparati dalla polizia hanno cominciato ad accumularsi al suolo, mentre manifestanti e giornalisti/e (che prontamente stavano filmando gli accadimenti) venivano feriti. A seguire, i lacrimogeni.

La reazione delle manifestanti è stata immediata, forte, indignata. Si è attivata una reazione a catena. “Tu sei di quelli che entrano armati nel mio quartiere di notte!” gridavano alcune donne delle villas. “Voi siete quelli che sparano ai ragazzini!” denunciavano le insegnanti di periferia. E così via, per una buona ora durante la quale centinaia di donne hanno circondato il plotone al levarsi del coro “Gli stupratori li difende la polizia!”.

Bilancio e prospettive

Ancora una volta il patriarcato si è concretizzato in azioni repressive istituzionali che, con la complicità dei media, installano nel senso comune quella logica maschilista torbida e disumana che colpevolizza le vittime di violenza sessuale e di femminicidio anziché difenderle. Un perbenismo moralista e miope che fa pendant con la argomentazione tipica di chi, in nome del “decoro urbano”, sta occupando il dibattito pubblico di questi giorni post-Encuentro accanendosi contro le scritte sui muri, mentre si consumano nuovi casi di violenza sessuale e femminicidio. Tuttavia, a nulla è servito il tentativo di certa stampa mainstream e filo-governativa di far passare il “qualcosa avranno fatto”. Una frase che è ben nota al popolo argentino perché evoca il discorso promosso da media e istituzioni ai tempi delle desapareciones. Una frase che torna ad apparire per offrire una ragione di facciata da dare in pasto a chi deve digerire una ingiustizia intollerabile, come quella della repressione di un corteo di massa con decenni di legittimità.

Le donne, organizzate e in movimento, ogni giorno di più avanzano e pongono in agenda la lotta femminista. Forse è proprio questo che disturba tanto difensori del decoro e della castità: non sono riusciti a fermarci, non sono riusciti a imbavagliarci. I cori più cantati, infatti, sono stati “Che momento! Nonostante tutto, vi abbiamo fatto l’Encuentro!” e “Contro la nostra allegria i vostri colpi non possono nulla!”.

Non contente, ci siamo riunite il giorno dopo, ancora in migliaia, per l’atto di chiusura dell’evento dove, sotto al monumento alla Bandiera, è stata designata la prossima sede dell’Incontro. Sarà il Chaco il luogo prescelto per l’edizione 2017. Si tratta di una provincia del Nord-Est argentino estremamente povera e attraversata da problematiche sociali urgenti, la quale richiede una “rottura del quotidiano” e del maschilismo che attivi processi sociali e politici nuovi, trasformatori. Il prossimo anno, dunque, saremo di nuovo tutte insieme e torneremo ancora più forti, per continuare a disegnare un futuro diverso “tra-donne”.

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